[Toscana] Smart working: 94% dipendenti pubblici proseguirebbe anche nel post-emergenza

Tempo di lettura: 5 minuti

Presentata una ricerca condotta da FPA, che ha visto la partecipazione di 5.225 persone di cui 4.200 dipendenti pubblici. Il 92,3% di questi lavoratori della PA è in , per l’88% è un’esperienza positiva, per il 61,1% la nuova cultura di flessibilità e cooperazione prevarrà anche finita l’emergenza.

Smart working sul sito della Funzione PubblicaDivenuto obbligatorio a partire da febbraio 2020 con le Direttive per il contenimento dell’, lo smart working è stato una novità assoluta per oltre 1/3 delle italiane. E ha rappresentato una vera e propria rivoluzione, come emerge dal Panel di FPA “Strategie individuali e organizzative di risposta all’emergenza” a cui hanno risposto oltre 4mila dipendenti pubblici.

Oggi, infatti, il 92,3% di questi dipendenti della PA sta lavorando in modalità “smart” e per l’87,7% di loro si tratta di un’esperienza completamente nuova, per cui hanno dovuto utilizzare in maggioranza PC, cellulari e connessioni personali, spesso condividendo lo spazio in cui lavorano con altri membri della famiglia, e senza ricevere una formazione specifica sul lavoro da remoto. Eppure, il bilancio dello smart working “forzato” nella PA è assolutamente positivo: l’88% dei dipendenti giudica l’esperienza di successo e il 61,1% ritiene che questa nuova cultura, basata sulla flessibilità e sulla cooperazione all’interno degli enti, fra gli enti e nei rapporti con i cittadini e le imprese, prevarrà anche una volta finita la fase di emergenza.

Lo smart working ha permesso al 69,5% del personale della PA di “organizzare e programmare meglio il proprio lavoro”, al 45,7% di “avere più tempo per sé e per la propria famiglia”, al 34,9% di “lavorare in un clima di maggior fiducia e responsabilizzazione”. In 7 casi su 10 è stata assicurata totale continuità al lavoro, per il 41,3% dei lavoratori l’efficacia è persino migliorata (per un altro 40,9% è rimasta analoga).

Per oltre il 50% la relazione con i colleghi è invariata, per il 20% addirittura migliorata. E se – come ha sottolineato la Ministra della PA Fabiana Dadone – una volta tornati alla normalità almeno il 40% dei dipendenti pubblici dovrà adottare una modalità di lavoro agile, questi si dicono pronti: il 93,6% vorrebbe continuare a lavorare in smart working. Ma per la maggior parte (il 66%) il lavoro da casa deve essere integrato con dei rientri in ufficio organizzati e funzionali.
Il Digital Talk: rivedi la presentazione della ricerca

L’indagine “Strategie individuali e organizzative di risposta all’emergenza”, è stata condotta da FPA tra il 17 aprile e il 15 maggio 2020. Hanno partecipato in totale 5.225 persone, di cui l’81% (4.262) dipendenti della . La ricerca rappresenta un’anteprima di “FORUM PA 2020 – Resilienza digitale”, la manifestazione tutta in digitale con cui FPA, dal 6 all’11 luglio, manderà in streaming una settimana di eventi (tavole rotonde, interviste, seminari, academy formative) sui temi dell’ per la resilienza alla crisi.

I risultati sono stati presentati e commentati il 3 giugno nel corso di un Digital Talk.

“L’emergenza Covid19 ha portato un’adozione massiva e rapida dello Smart Working nella PA, che può essere il punto di partenza per ridisegnare il futuro del lavoro pubblico – spiega Gianni Dominici, Direttore Generale di FPA -. Abbiamo visto che naturalmente le amministrazioni che già stavano sperimentando il lavoro agile hanno saputo reagire meglio all’emergenza, riuscendo a mettere in poco tempo in smart working tutti i dipendenti e superando le difficoltà, tecnologiche e organizzative, causate inevitabilmente da questa introduzione forzata.

Questa esperienza, tuttavia, sta dimostrando che anche nella PA è possibile lavorare in modo flessibile, per obiettivi invece che guardando solo agli orari e al cartellino, con effetti positivi sia per l’attività che per la vita personale”.

“Perché lo smart working diventi effettivamente una nuova modalità di organizzazione del lavoro nella Pubblica Amministrazione – conclude Dominici – ora è necessario ripensare i processi di lavoro, definire puntualmente obiettivi e risultati individuali e fare formazione specifica sull’uso delle e degli di , come consigliano gli stessi dipendenti pubblici. A questo scopo, approfondiremo e commenteremo i risultati della ricerca durante FORUM PA 2020, che vuole contribuire a una diversa visione di sviluppo anche sul tema del lavoro pubblico”.

A inizio 2020, prima dell’emergenza Covid19 solo nel 8,6% delle pubbliche amministrazioni di provenienza degli intervistati lo smart working era una modalità di lavoro diffusa, mentre nel 45,8% era attiva una limitata a un gruppo di dipendenti; per il 39,2% dei dipendenti non era possibile lavorare in Smart Working nella loro organizzazione.

Per effetto delle misure per il contenimento dei contagi, lo smart working “d’emergenza” è stato introdotto nel 98,8% delle amministrazioni degli intervistati, in alcuni casi come unica misura per la gestione del personale, nel 41% dei casi accompagnato dalla presenza in ufficio a turni e nel 40,5% dalla richiesta di utilizzare ferie e riposi arretrati.
Come si sono organizzate le PA

Il 92,3% degli oltre 4200 dipendenti pubblici oggetto dell’indagine di FPA sta lavorando in smart working. Il 73,5% di questi lavora da casa per tutto l’orario di lavoro, il 18,8% compie alcuni rientri in ufficio o sospensioni del lavoro con giorni di ferie, recuperi o congedi. Gli esclusi dallo smart working sono appena il 4,7% (il 2% per scelta personale, l’1,2% perché in settori essenziali o servizi indifferibili, un altro 1,2% perché lavora in enti che non l’hanno attivato).

Se in questi anni uno degli ostacoli alla diffusione dello smart working è stata l’inadeguatezza delle dotazioni tecnologiche la soluzione è venuta dalle persone: il 68,2% del personale ha utilizzato il proprio PC, il 77,1% il proprio telefono cellulare, il 95% la connessione internet domestica, anche se il 68,3% non ha ricevuto formazione specifica sul lavoro da remoto.

I limiti tecnologici in realtà si sono rivelati un ostacolo piuttosto limitato (per il 21,8% un problema è stata la qualità della connessione e per il 19,3% le attrezzature non appropriate). Gli aspetti più problematici sono relazionali: la difficoltà a mantenere delle relazioni sociali con i colleghi (35,9%), fare i conti con una sensazione di isolamento lavorativo (27,9%), conciliare le esigenze familiari con quelle lavorative (22,3%).
Il bilancio

Nonostante l’introduzione così rapida, il bilancio dell’esperienza di smart working è indubbiamente positivo: per l’88% dei dipendenti pubblici l’esperienza sarà preziosa una volta tornati alla normalità. Tra gli aspetti più positivi, per il 69,5% c’è la possibilità di organizzare e programmare meglio il lavoro, per il 45,7% l’avere più tempo per sé e per la propria famiglia, per il 34,9% lavorare in un clima di maggior fiducia e responsabilizzazione, per il 24% un modo di lavorare più stimolante.

Per il 52,7% degli intervistati i rapporti con colleghi e superiori sono rimasti analoghi, sono peggiorati nel 27,3% dei casi, addirittura migliorati per un altro 20%. Lavorare da casa non ha significato smettere di lavorare né lavorare male: il 73,8% di chi lo ha fatto in questo periodo è riuscito a svolgere tutte le attività in remoto.

Per il 41,3% dei dipendenti PA, l’efficacia lavorativa è migliorata e per un altro 40,9% è rimasta analoga.

Il fatto che lavorare da casa non abbia determinato discontinuità lavorativa, perdita di produttività o impossibilità di collaborare acquisisce ancora più valore se si pensa che per 3 dipendenti su 10 non è stato possibile ricavarsi una stanza per lavorare, ma nel migliore dei casi (il 22,1%) è stato necessario condividerla con altri membri della famiglia, per altri (10,9%) lavorare nello stesso spazio in cui la famiglia fa altro (guarda la TV, gioca, ecc.). Per la maggior parte dei lavoratori la maggior flessibilità oraria si è tradotta in un incremento del tempo di lavoro (34,3%). Ma c’è anche un buon 26,8% a cui le cui amministrazioni hanno richiesto lo stesso orario di lavoro “da cartellino”.

Il 93,6% dei dipendenti pubblici vorrebbe continuare a lavorare in smart working se gli venisse offerta la possibilità una volta tornati alla normalità. Per la maggior parte di questi (il 66%) il lavoro da casa non deve essere full time, ma integrato con dei rientri in ufficio organizzati e funzionali.

Sulla base di questo periodo di sperimentazione “forzata”, i consigli dei dipendenti per uno smart working a regime nella PA sono di ripensare i processi di lavoro (57%), definire puntualmente obiettivi e risultati individuali (36,6%) fare formazione specifica sull’uso delle tecnologie e degli strumenti di comunicazione (31,6%) e introdurre maggiore fiducia da parte dell’azienda/ente e dei suoi vertici (22,9%). Ma i lavoratori pubblici sono ottimisti: secondo il 61,1%, la nuova cultura basata sulla flessibilità e sulla cooperazione all’interno degli enti, fra gli enti e nei rapporti con i cittadini e le imprese prevarrà una volta finita la fase di emergenza.
L’occasione di formazione

Per il 56% dei dipendenti pubblici il periodo di lockdown ha rappresentato anche un’occasione per dedicare tempo alla formazione. Per lo più corsi di formazione a distanza, ma anche webinar di approfondimento, lettura di articoli su riviste o siti tematici, studio di saggi e manuali.

Tra i temi di approfondimento, al primo posto c’è proprio lo smart working (il 54,4%), seguito da approfondimenti su aspetti giuridici-normativi che vanno dal codice degli appalti, all’anticorruzione, alla privacy e al GDPR (45,8%) e aspetti specifici legati al Covid19 (33.2%). Ma ci si è anche formati sulle competenze digitali e sull’uso di strumenti informatici e piattaforme di lavoro a distanza e collaborazione.

Redazione di Met