Toscana, Restaurato il Terrazzo di Giunone nel museo di Palazzo Vecchio

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Il Terrazzo di Giunone, attiguo alla Sala degli Elementi nel museo di , è stato restaurato ed è tornato ad ospitare il Putto del Verrocchio, anch’esso sottoposto ad accurato restauro nei mesi scorsi, finalmente nella sua abituale collocazione dopo le mostre a e a Washington.

I lavori di restauro, dal costo di circa 60 mila euro complessivi, sono stati presentati a Palazzo Vecchio alla presenza dell’assessore alla cultura Tommaso Sacchi, della presidente della Fondazione FF, e dei tecnici e restauratori coinvolti.

Il Terrazzo e il Putto

Il terrazzo di Giunone si trova tra le «stanze nuove» che Cosimo I de’ Medici fece costruire all’indomani del suo trasferimento dalla residenza di famiglia al palazzo che per oltre due secoli aveva ospitato il governo comunale e repubblicano della città. Ubicato nell’ala sud-orientale del piano nobile del palazzo, fa parte del cosiddetto Quartiere degli Elementi, destinato ad accogliere gli ospiti della corte e costruito sotto la direzione di Battista del Tasso tra il 1551 e il 1555, ma subito dopo modificato dall’architetto e pittore Giorgio Vasari, il principale artefice della trasformazione dell’antico Palazzo dei Priori o della Signoria in una sontuosa reggia ducale. Al Vasari e ai suoi collaboratori si devono i preziosi palchi lignei dipinti, gli stucchi e gli affreschi che decorano le sale del Quartiere con storie della prima stirpe delle divinità mitologiche. Il terrazzo di Giunone, portato a compimento nel 1557, oggi si presenta come una stanza di modeste dimensioni, ma è così chiamato perché in origine era una con colonne che si affacciava sul versante nord-orientale della città, progettata per accogliere, al centro, una fontana e, sul lato interno, una statua antica della dea. La fontana non sarebbe mai stata realizzata, ma resta a rievocarne il progetto l’affresco al centro del registro inferiore della parete interna, rappresentante una finta nicchia con un leggiadro putto alato in bronzo dorato che versa acqua da un vaso, nel mezzo di una vasca circolare, con un piede sopra la testa di un delfino.

Il terrazzo venne trasformato in una stanza chiusa a seguito dei successivi interventi di ampliamento del lato del palazzo prospiciente via dei Leoni. Dal secolo scorso ospita al centro il celebre Putto con delfino di Andrea del Verrocchio, icona di Palazzo Vecchio, ammirato capolavoro di una delle personalità artistiche più importanti del Quattrocento fiorentino: orafo, scultore e pittore, a capo di una fiorente bottega nella quale si formarono maestri del calibro di Leonardo da Vinci, Perugino, Lorenzo di Credi, Sandro Botticelli e Domenico Ghirlandaio. Il bronzo venne realizzato da Verrocchio su commissione di Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico, per una fontana della villa di Careggi, presumibilmente nella prima metà dell’ottavo decennio del XV secolo. Rimase nel cortile di Michelozzo finché tra il 1957 e il 1959 fu deciso di trasferirlo all’interno del museo per motivi di conservazione e sostituirlo in loco con una copia in bronzo del fonditore e restauratore Bruno Bearzi. La sua attuale collocazione rievoca il progetto incompiuto della fontana che Giorgio Vasari avrebbe dovuto realizzare al centro del Terrazzo di Giunone e lo pone in dialogo con l’analogo putto in bronzo dorato che, in vista di quel lavoro, era stato dipinto come «modello» nella parete interna della loggia.

Il restauro del Terrazzo

Gli affreschi presentavano estese ridipinture, numerose ricostruzioni e stesure di colle e resine di varia natura, frutto di interventi di restauro precedenti. Si potevano individuare sollevamenti e cadute della pellicola pittorica, distacchi tra gli strati preparatori e varie stuccature. Allo scopo di mantenere la lettura dell’opera, si è reso necessario salvaguardare in larga misura le ricostruzioni, senza però compromettere la qualità e la materia cromatica degli affreschi originali. L’intervento di pulitura, preceduto dal preconsolidamento delle scaglie decoese, ha richiesto una particolare attenzione. Sono stati effettuati impacchi di carbonato d’ammonio applicati su carta giapponese e supportati da polpa di cellulosa, sepiolite o gel di agar-agar. Questa delicatissima fase ha permesso il recupero delle pitture originali e di salvare, attenuandolo, l’intervento ricostruttivo che interessava brani fondamentali del testo pittorico, quali la testa di Giunone, parte del corpo e i pavoni. Gli stucchi erano ricoperti da uno spesso strato di polveri incoerenti ed erano interessati da una patinatura giallastra, diffusa anche sui fondi bianchi delle a grottesche. Alcune cornici modanate erano deteriorate. La pulitura dei rilievi a stucco di malta di grassello è stata eseguita con l’applicazione di carta giapponese e una soluzione di tensioattivo neutro. L’asportazione controllata della patinatura applicata in superficie ha messo in luce diverse ricostruzioni pertanto, ove necessario, in particolare nelle sottili cornici modanate che presentavano stuccature a base di gesso, si è proceduto con il consolidamento tramite caseinato di calcio. Sia le vecchie stuccature che quelle nuove sono state mimetizzate con leggere velature ad acquerello.

Al termine dei lavori è stato inoltre ricollocato nella sala, il Putto con Delfino di Andrea del Verrocchio restaurato lo scorso anno in occasioni della Mostra “Verrocchio, il maestro di Leonardo” tenutasi a Firenze nelle sedi di Palazzo Strozzi e del del Bargello. Per salvaguardare le superfici affrescate, infine, è stata realizzata una protezione con vetri extrachiari temperati antiriflesso.

Anche l’impianto di illuminazione della sala è stato completamente rivisto. Sulla cornice in pietra serena che corre in alto, perimetralmente alla sala, sono stati installati faretti led di dimensioni contenute ma di ottima resa cromatica con ottica variabile che hanno consentito di migliorare notevolmente la visibilità sia delle superfici pittoriche, sia del putto in bronzo, e una barra led asimmetrica che illumina la volta a botte. I corpi illuminanti sono stati scelti per le loro caratteristiche, in funzione della superficie da illuminare e per la posizione obbligata sopra il cornicione.

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