Tibet, Resta irrisolta la situazione dei diritti umani

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Nel solo Tibet dalla primavera 2008 ad oggi vi sono state oltre 260 proteste pubbliche a dimostrazione del fatto che i Tibetani non si sono ancora arresi all’occupazione cinese. Negli ultimi venti anni è notevolmente aumentata la quantità delle proteste in ma sono cambiati anche gli attori delle manifestazioni: se negli anni ’90 dello scorso secolo erano soprattutto monache e monaci buddisti ad accettare il rischio dell’arresto con tutte le sue conseguenze, oggi anche scrittori, intellettuali, registi, , , cantanti, blogger, commercianti e insegnanti partecipano alle manifestazioni. L’ampio spettro di persone che manifestano correndo il rischio di essere arrestati e condannati ad oltre cinque anni di carcere è un importante indice del malcontento tra la tibetana.Particolare attenzione merita anche il fatto che molte delle proteste si svolgono in antiche zone di insediamento che oggi fanno parte di province cinesi e si trovano al di fuori della “Regione Autonoma del Tibet”. Infatti, solo il 18% dei prigionieri politici tibetani di cui sono noti i nomi provengono dalla Regione Autonoma. I manifestanti arrestati rischiano processi iniqui e tortura, spesso e volentieri vengono loro negati i colloqui con l’avvocato difensore. La repressione ricade anche sugli avvocati cinesi che subiscono intimidazioni per evitare che assumano la difesa di clienti tibetani.

A partire dalla Rivoluzione culturale cinese degli anni ’60 del secolo scorso, la situazione dei diritti umani in Tibet non è mai stata tanto drammatica quanto oggi. Dal 2008 ad oggi il numero dei prigionieri politici è cresciuto di 15 volte. Se nel 2007 si conoscevano i nomi di circa 100 prigionieri politici, oggi sappiamo per certo che vi sono almeno 1.600 prigionieri ma il numero reale dei detenuti è sicuramente molto più alto. Solo dal 2008 ad oggi i Tibetani condannati ad alte pene detentive sono stati più di 360 e almeno tre detenuti sono morti in seguito alle subite a alla mancata assistenza medica.

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