Sahel. Cambiamenti climatici e crescita demografica alimentano la violenza

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L’incontro della Rete per la prevenzioni delle crisi alimentari (RPCA), che dopo le grandi siccità degli anni 1980, fa il bilancio della situazione agricola in Sahel in considerazione del delicato periodo di magra, avrebbe potuto, giovedì 4 aprile, dispiegarsi come un incontro di routine: al termine della campagna per i cereali i raccolti sono aumentati di circa il 7% in un anno, la produzione di foraggio è piuttosto buona e i prezzi hanno anche avuto la tendenza al calo sui mercati locali, facilitando l’accesso dei più poveri alle derrate di base.

L’insicurezza , considerando che riguarda 4,8 milioni di persone, è stata divisa per due dopo la grande allerta lanciata dal 2017, quando notevoli rischi di erano stati segnalati nella zona del lago Ciad.

Nonostante questo, i rappresentanti degli Stati dell’Africa dell’ovest, le istituzioni regionali, le associazioni di e le organizzazioni dell’Onu incaricate di lottare contro la fame e la malnutrizione, non erano tranquilli.

Il 23 marzo, almeno 160 persone sono state uccise a Ogossagou, nel centro del Malì, durante un attacco che si considera fosse opera dei gruppi di autodifesa dogon contro le popolazioni Peul. Questo è l’episodio più gravi di una serie di scontri ricorrenti di queste comunità.

“Questi conflitti sono diventati una cancrena. Se non arriviamo a dare delle risposte concrete ai nostri agricoltori e ai nostri allevatori, a cosa servono i nostri incontri?”, si chiede Sékou Sangaré, commissario all’ della Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’ovest (Cédéao).

Il centro del Malì è diventato una delle principali zone insicure dove si dispiega la guerra contro il djihaismo, un tempo limitato alle regioni settentrionali frontaliere dell’Algeria. L’insicurezza e la fame si sono sovrapposte, sia perché la presenza dei gruppuscoli armati vieta l’accesso ai pascoli ancora disponibili, sia perché la stessa rende impossibile il lavoro nei campi.

“Tutto si mescola. La legata all’estremismo, quella dei conflitti tra comunità.

Tutto si destruttura.

Le regole tacite che rendevano possibile la coesistenza con queste società agropastorali ed erano un modo per la risoluzione dei conflitti non funzionano più”, dice Maty Ba Diao, coordinatore del Progetto regionale di appoggio alla pastorizzazione del Sahel.

L’adesione di una parte della gioventù Peul ai gruppi djiaisti ha velocemente creato un amalgama.

“In Malì come in , un Peul non può circolare liberamente senza rischiare la sua vita.

Nel contempo è praticamente impossibile di chiedergli di diventare sedentario.

Nel Sahel, a partire dal mese di gennaio, non c’é più né acqua né foraggio”, dice Ibrahima Aliou, segretario generale dell’Associazione per la promozione dell’ in Sahel e nella savana, una organizzazione che si dedica a facilitare le transumanze tra i diversi Paesi.

Fonte: ADUC