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martiri_cristiani_giappone
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Nel 1563 Omura Sumitada, un daimyo di Kyushu, uno dei potenti signori della guerra che all’epoca controllavano l’arcipelago giapponese, temendo la minaccia degli avversari, sempre più prossimi ai propri territori, adottò la religione cristiana e offrì agli occidentali il porto di Nagasaki come base per il loro commercio. La fortezza, affacciata sull’omonima baia, lungo l’estremità nordoccidentale di Kyushu, divenne ben presto il quartier generale della Compagnia di Gesù, sede di un seminario per la formazione dei preti locali e di una stamperia, allestita per la diffusione delle prime traduzioni di una serie di testi occidentali, non necessariamente di carattere religioso, fra cui un’edizione delle Favole di Esopo e l’Imitazione di Cristo di Thomas à Kempis. […] Il 5 febbraio del 1957, a Nagasaki, ventisei sacerdoti, sia stranieri che giapponesi, vennero crocefissi. L’esecuzione ebbe luogo alle 10 del mattino, sulla collina di Nishizaka, alle porte della città. Terazawa Hazaburo, fratello di Ierazawa Hazaburo, il governatore, impartì gli ordini per la crudele cerimonia. Le vittime, cui era stato amputato l’orecchio sinistro, erano già stremate da oltre trenta giorni del percorso, effettuato quasi interamente a piedi, che li divideva dal luogo della cattura al luogo prescelto per il martirio. Fra il pubblico del macabro spettacolo si trovavano alcuni padri gesuiti, commercianti spagnoli e portoghesi. […] Nel 1622, la popolazione di Nagasaki assistette nuovamente al martirio di 51 cristiani, due anni dopo altri cinquanta vennero arsi vivi a Edo, l’attuale Tokyo. Le stime parlano di circa tremila fedeli giustiziati per non aver abiurato il proprio credo, cifra cui si devono escludere i morti per le sofferenze patite in carcere o in esilio. Le torture cui vennero sottoposti i cattolici raggiunsero a un tale livello di crudeltà che perfino alcuni religiosi rinnegarono le proprie convinzioni. Per individuare la presenza di comunità cristiane nei villaggi fu istituito lo shumon aratamecho, una struttura di stampo poliziesco che si rivelò molto efficiente per il controllo della vita privata dei sudditi dell’intera nazione. Nel 1633, trenta missionari salirono sul patibolo e nel 1637 solo cinque godevano ancora della libertà. In quello stesso anno si consumò l’ultimo, tragico episodio dell’avventura cristiana in Giappone. Le persecuzioni, ma anche le pesanti tassazioni cui vennero sottoposti gli abitanti della prefettura di Nagasaki, la sede storica dell’attività missionaria, fu tale da spingere i contadini della penisola di Shimabara alla rivolta. A essi si unirono samurai e dignitari privati del proprio rango, come pure gli abitanti dell’isola di Amakusa, in un ultimo disperato tentativo in difesa della propria fede. L’insurrezione fu una dura prova per Tokugawa Iemitsu, il successore di Ieyasu. L’esercito cristiano si battè con valore, ma la sproporzione delle forze in gioco costrinse i rivoltosi a rifugiarsi nel castello di Hara. Stremati dalla fame, il 28 febbraio del 1638, la roccaforte si arrese dopo tre mesi di assedio. Secondo le stime negli ultimi due giorni della battaglia 10.800 fra gli insorti morirono decapitati, altri, fra i 5.000 e i 6.000, preferirono morire piuttosto che arrendersi. Alcuni trascinarono con sè, nelle fiamme, i propri figli, per risparmiarli dalla furia dei vincitori. I quali non dimostrarono alcun atto di clemenza e misero a morte i sopravvissuti.

Testo tratto da questa FONTE

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