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Nel 1801 l’inglese Herbert Marsh ipotizzò per primo che la redazione dei vangeli avesse utilizzato una fonte “narrativa” e una di “detti” (nella quale tuttavia inserì anche le parabole che compaiono solo in Matteo o solo in Luca.[1]

Nella sua opera, A dissertation on the Origin and Composition of our Three First Canonical Gospels, indicò la sorgente narrativa con la lettera ebraica Aleph (א) e quella dei detti con la lettera beth.

Pochi decenni dopo, nel 1832, il tedesco Friedrich Schleiermacher individuò un supporto di questa tesi in una frase di Papia di Ierapoli, uno dei primi scrittori (c. 125): “Matteo quindi raccolse i detti nella lingua del Signore, traducendoli ognuno come poteva”.

Nell’interpretazione tradizionale questa affermazione era stata interpretata come un indizio di un proto- ebraico di Matteo, ma Schleiermacher propose che si trattasse di una semplice raccolta di detti, predisposta dall’apostolo e utilizzata più tardi dal redattore del di “Matteo” e dagli altri evangelisti come fonte dei detti inseriti nella propria narrazione.

Infine, nel 1838 un altro tedesco, Christian Hermann Weisse, collegò l’ipotesi di Schleiermacher con la teoria della priorità marciana dando l’avvio alla teoria delle due fonti, secondo cui Matteo e Luca scrissero indipendentemente i loro vangeli utilizzando il vangelo di Marco e una fonte di detti.

Heinrich Julius Holtzmann adottò questo approccio in un importante trattato sul problema sinottico (1863) e da allora l’ipotesi fu seguita dalla maggior parte degli studiosi.

Papia, in realtà, aveva indicato il testo ebraico di Matteo con la parola greca loghia, che normalmente viene utilizzata per la Parola di Dio, anche nei suoi brani narrativi, e non con logoi, il termine più appropriato per indicare esclusivamente “detti”.

L’ipotesi di una fonte costituita principalmente da “detti” del Signore era nata grazie a una forzatura del testo di Papia.

Verso la fine del secolo, perciò, su proposta di Johannes Weiss, fu adottata la lettera Q per indicare la fonte più antica, con l’obiettivo di svincolare l’ipotesi sia dal testo di Papia sia dall’ipotesi che contenesse solo detti.

L’esistenza di Q è avvalorata dalla convergenza di diversi fenomeni che caratterizzano la composizione del Vangelo secondo Matteo e del Vangelo secondo Luca, i quali, per la teoria delle due fonti, furono redatti indipendentemente.

In particolare sono coinvolte le elaborazioni delle cosiddette “tripla tradizione”, cioè del materiale presente in tutti e tre i vangeli canonici, e “doppia tradizione”, cioè il materiale contenuto in Matteo e Luca ma non in Marco. I fenomeni che inducono a ritenere probabile la redazione indipendente di Matteo e Luca e dunque l’esistenza della fonte Q sono:

l’indipendenza del materiale “speciale”, quale i della natività di , che non sono compatibili tra loro, e dunque con la teoria che l’autore di Luca abbia attinto al Vangelo secondo Matteo;

l’indipendenza del materiale della “tripla tradizione”, quale l’assenza in Luca delle aggiunte di Matteo e della formulazione di Matteo del materiale di tripla tradizione;

l’indipendenza della “doppia tradizione”: l’assenza in Luca del materiale di Matteo all’interno della doppia tradizione, la primitività della formulazione lucana della “doppia tradizione”, i differenti contesti marciani per la doppia tradizione.

Si tratta comunque di un’ipotesi elaborata dagli studiosi, in quanto non è mai stato trovato alcun o testo antico contenente la fonte Q; secondo alcuni Q sarebbe in realtà uno schema espositivo orale usato dai primi discepoli a scopo mnemonico e catechetico a cui si accenna in Luca 1,1-2.

Confrontando il testo dei primi tre vangeli in uno schema sinottico, cioè affiancandoli l’uno all’altro su tre colonne parallele, si possono fare alcune osservazioni:

Quasi tutti gli episodi presenti in Marco sono anche in Matteo e in Luca; in questi casi, a volte i tre testi sono uguali tra di loro, altre volte invece Marco presenta un racconto più lungo, spesso più vivace e pittoresco, rispetto al passo parallelo di Matteo o di Luca, in genere più curati dal punto di vista letterario. Sembra quindi che in questi casi il Vangelo di Marco faccia da guida agli altri due, i quali a volte lo seguono in toto, altre volte lo modificano secondo il proprio ;

altri episodi sono presenti solo in Matteo e Luca e non compaiono in Marco. Questi episodi, detti della “doppia tradizione”, riguardano principalmente detti e discorsi di Gesù, e molto raramente fatti, , narrazioni. In questi passaggi i Vangeli di Matteo e Luca potrebbero essersi influenzati reciprocamente, oppure potrebbero avere seguito uno scritto comune;

esistono infine episodi raccontati solo da Matteo (ad esempio: l’adorazione dei Magi), e altri raccontati solo da Luca (ad esempio: l’annuncio dell’angelo a Maria; l’adorazione dei pastori; la parabola del buon samaritano).

Q sarebbe dunque la fonte del materiale della “doppia tradizione”, quello contenuto in Matteo e Luca ma non in Marco; potrebbe contenere anche il materiale esclusivo di Matteo e quello esclusivo di Luca (tecnicamente “Sondergut”, cioè materiale speciale) o quello che presenta dei riscontri in Marco (le cosiddette sovrapposizioni Marco/Q).

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