[Italia] Industry 4.0: quello che non funziona

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L’ riguarda il lavoro e le fabbriche che impatta nella vita, la cultura e la entrando in un mondo generato dall’interconnessione globale, potremmo dire paragonabile all’introduzione dell’elettrificazione nel 18esimo secolo, o all’evoluzione dell’informatica negli anni Settanta. Globalmente il mercato ICT italiano vale oltre 60 miliardi di euro, dà lavoro a 75 mila e a circa mezzo milione di persone.

La politica industriale la fanno gli Stati e le Regioni, come ci dimostrano i casi di successo dell’America di Barack Obama e della Germania di Angela Merkel e dei suoi predecessori.

La Germania è lo Stato più competitivo e ricco d’Europa perché, da decenni, offre alle imprese l’assistenza rappresentata dalla rete delle Fraunhofer (ricerca pre-competitiva, per trasformare in innovazione aziendale i frutti di altre ricerche) e dei Max Planck Institute (ricerca di base).

Mariana Mazzucato nel libro, “Lo Stato Innovatore”, pubblicato in Italia da Laterza nel 2014 scrive che, in generale, il ruolo dello Stato deve accompagnare e investire nella ricerca al fine poi di metterla a disposizione delle imprese. Nel piano Calenda non vi è traccia alcuna di quanto sopra.

Negli Stati Uniti invece, hanno creato istituzioni finanziarie capillari sul territorio atte ad affiancare le imprese che innovano e aprono nuovi . Un esempio la Apple. Ma non solo. Lo stato americano coordina, soprattutto a livello territoriale, l’azione di imprese e distretti verso determinati fini.

La Quarta Rivoluzione industriale avrà 20 miliardi di oggetti interconnessi nel 2020, abolirà le mansioni ripetitive e manuali in tutte le fabbriche, ed altro ancora, mentre l’Italia ha soltanto prodotto un provvedimento fiscale, senza aumentare gli per la ricerca e lo .

L’ 4.0 avrà effetti enormi sulle dinamiche occupazionali. Nei prossimi anni, centinaia di migliaia di lavoratori verranno espulsi dai processi produttivi, con scarse o nulle possibilità di reimpiego (vedi i dati del ).

La Germania investe il 2,92% del PIL. E gli Usa la seguono di poco, con il 2,76%. Cifre ancora inferiori rispetto al 3,93 di . La Francia investe il 2,26%. La Gran Bretagna l’1,76%. E l’Italia? L’1,27% del PIL. Meno perfino della Spagna, che investe l’1,3%.

Il panorama delle imprese italiane è stato radiografato dalla nota 16.5 del Centro Studi di , ove esamina le aziende italiane con più di 10 addetti, rielaborando dati Istat del 2010-2012. Emerge che solo il 7,4% delle imprese ha fatto investimenti sia in R&S e sia, contemporaneamente, in nuovi macchinari. Un ulteriore 38% ha compiuto investimenti solo in nuovi macchinari. E il restante 54,6% che ha fatto? Niente o poco più.

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