Ipazia di Alessandria, prima donna a insegnare la filosofia del Neoplatonismo

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La Scuola di Atene è un affresco (770×500 cm circa) di Raffaello Sanzio, databile al 1509-1511 ed è situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro “Stanze Vaticane”, poste all’interno dei Palazzi Apostolici. Rappresenta una delle opere pittoriche più rilevanti dello Stato della Città del Vaticano, visitabile all’interno del dei .

Sulla sinistra del dipinto c’è un personaggio di fianco a Parmenide, dai tratti efebici, biancovestito e con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, è di identificazione controversa, anche se generalmente accettata è quella di Francesco Maria Della Rovere, duca di Urbino e nipote del papa Giulio II, che all’epoca del dipinto si trovava a Roma e ai cui servigi Raffaello doveva forse la venuta a Roma. Secondo l’ipotesi di Giovanni Reale questa figura biancovestita è un “simbolo emblematico dell’efebo greco ovvero della “bellezza/bontà”, la Kalokagathia.

Nel contempo c’è anche l’associazione alla figura di Ipazia ( di Alessandria d’ del IV-V secolo), sulla quale sembra non esserci fonte o saggio critico attendibile. Tuttavia risulta negli ultimi anni ampiamente diffusa che è possibile anche questa interpretazione.

Premesso quanto sopra, , è stata la prima donna a dare un contributo sostanziale allo sviluppo della matematica, era la figlia del matematico e filosofo Theon di Alessandria ed è quasi sicuro che ella studiò matematica sotto la guida e l’istruzione di suo padre. Nata nel 370 è importante sottolineare che Ipazia diventò il capo della scuola platonica ad Alessandria, circa nel 400 d.C. Qui, tenne lezioni di matematica e , in particolare insegnando la del Neoplatonismo. Ipazia basò i suoi insegnamenti su quelli di Platone, il fondatore del Neoplatonismo e Iamblichus, che fu uno sviluppatore del Neoplatinismo, vissuto intorno al 300 d.C.

Socrate Scolastico scrive su Ipazia:
Ella giunse ad un tale grado di cultura, che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei. […]. Per la magnifica libertà di parola ed azione, che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini. Infatti, a causa della sua straordinaria , tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale“.

I meriti di Ipazia furono molti. Secondo Socrate Scolastico e Damascio, con Ipazia si era finalmente realizzata nel mondo la mitica “politeia” in cui erano i filosofi a decidere le sorti della città. Ipazia fece ritornare ad Alessandria la filosofia.

Il pensiero platonico però, assunse con lei una configurazione nuova: in particolare, secondo Socrate Scolastico, Ipazia non apparteneva alla schiera di quei filosofi che “spiegano le opere di Platone e di Plotino”.

Ella “ereditò la scuola platonica che era stata riportata in vita da Plotino, e spiegava tutte le scienze filosofiche a coloro che lo desideravano”.
Ipazia affiancava, dice Beretta, “ad un insegnamento un insegnamento pubblico, simile a quello dei sofisti moralizzatori del I secolo”.

Caratteristica di Ipazia fu dunque la generosità con cui tramandava il suo sapere a quanti stavano attorno a lei. Ella non riservava la conoscenza per sé e per pochi eletti, ma con estrema liberalità la dispensava agli altri.

Damascio riferisce, in base alle testimonianze ottenute, che “la donna, facendo le sue uscite in mezzo alla città, spiegava pubblicamente, a chiunque volesse ascoltarla, Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altri filosofo”.

Ipazia simboleggiava la dottrina e la , che i primi identificavano con il . Comunque, tra gli uomini a cui insegnò ad Alessandria, c’erano molti importanti. Uno dei più famosi è Synesius di Cirene, che divenne, in seguito, il Bishop di Ptolemais. Molte delle lettere che Synesius scrisse a Ipazia furono conservate e sappiamo che molte furono piene di ammirazione e riverenza per il suo sapere e le sue abilità scientifiche.

Fonti
biografieonline.it
storiologia.it