Etica Nicomachea, I sette peccati capitali

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Già nel IV secolo a.C. il filosofo greco Aristotele nel suo trattato Etica Nicomachea, sosteneva che ogni virtù o buona portata all’eccesso si trasforma in un vizio, un difetto. Da qui deriva l’idea che la virtù si debba trovare esattamente a metà fra la mancanza di un sentimento o di un’inclinazione e il suo eccesso.

È la teoria del giusto mezzo, che i filosofi medievali definirono con la locuzione “In medio stat virtus”, La virtù sta nel mezzo, vicina a quanto affermato da Aristotele, appunto: “μέσον τε καὶ ἄριστον”, Il mezzo è la cosa migliore.

Per esempio, se consideriamo l’ambito del piacere e del dolore, la virtù presa in esame sarà la , la mancanza della quale genere Insensibilità, mentre l’eccesso porta alla Dissolutezza.

Sempre Aristotele definì i vizi capitali gli abiti del male. Questo perché chi indulge sempre nello stesso vizio intesse con esso una specie di abito che lo spinge a peccare sempre di più. Lo stesso avviene a chi invece coltiva una virtù, anche se, ovviamente, gli esiti sono opposti.

Per quanto riguarda i vizi capitali in ambito cattolico, il loro elenco venne stilato dai primi monaci. In particolare, Evagrio Pontico, scrittore e asceta greco vissuto nel IV secolo d.C., apprezzato ancora oggi come teologo nell’Oriente cristiano e venerato come un padre della vita monastica, elencò per primo otto vizi capitali:

gola
lussuria
avarizia
ira
tristezza
accidia
vanagloria
superbia

Successivamente la tristezza, o malinconia, che non permette di apprezzare le opere di Dio, scomparirà, assorbita dall’accidia o dall’, che verrà aggiunta in seguito, mentre la vanagloria diventerà una componente della superbia.

Evagrio definì gli otto vizi spiriti o pensieri malvagi e suggerì anche alcuni metodi per combatterli.

Durante l’Illuminismo il concetto di vizio e virtù decadde, così come molti altri principi morali legati al passato. Infatti, nella visione illuministica del progresso e dello sviluppo umano, sia a livello mentale, sia materiale, e ancora di più nell’ottica dello sviluppo industriale, commerciale ed economico della società, tanto i vizi quanto le virtù rivestivano una posizione necessaria.

Durante l’Ottocento, il Novecento e ancora oggi i vizi capitali sono diventati argomento di studi e riflessioni interessanti tra morale, psicologia umana e teologia, e sono stati oggetto di molti trattati, a partire dall’Antropologia pragmatica di Kant, che vedeva nel vizio una espressione della tipologia umana.

Secondo diverse culture antiche il numero 7 simboleggiava la perfezione, la completezza. Ci basti pensare alle sette piaghe d’Egitto, ai sette bracci del candelabro ebraico Menorah, ma anche ai sette attributi fondamentali di Allah (vita, , potenza, volontà, udito, vista e parola), ai sette gli Dei della felicità del e dello shintoismo, solo per citare alcuni esempi.

Fonte : holyart.it