CONFLITTO BOKO HARAM: I GIORNALISTI TRA DUE FUOCHI?

I rapporti fra giornalisti e i comunicatori strategici sono fatti di tensione (conflittualità e cooperazione, vessazione e intimidazione) e di reciproca dipendenza, secondo un nuovo studio della City University of London.

La ricerca del Dott. Abdullahi Tasiu Abubakar della City University of London, prende come “caso di studio” (case study) l’esperienza dei reporter che assicurano la copertura mediatica del conflitto di Boko Haram in Nigeria. Ha quindi scoperto che il controllo della comunicazione strategica e l’uso di Internet, danno un vantaggio diretto ai comunicatori nella relazione con i giornalisti.

Docente del Dipartimento di Giornalismo di City, il Dott. Abubakar ha ottenuti i principali dati del suo studio da gruppi di discussione e interviste individuali con 32 giornalisti e comunicatori strategici, e dall’analisi dei video di Boko Haram e dei comunicati stampa dell’esercito nigeriano.

Lo studio, intitolato “Hostile Gatekeeping: The Strategy of Engaging with Journalists in Extremism Reporting”, è stato pubblicato nell’ultimo Defence Strategic Communications, rivista ufficiale del Strategic Communications Centre of Excellence della NATO.

Il rapporto, mette in evidenza il ruolo di Internet nella comunicazione strategica, che per sua natura è in continuo cambiamento, e in particolare il modo in cui questa mutazione ha dato più potere sia ai ribelli di Boko Haram che alle forze armate della Nigeria.

La rapidità con cui la disinformation (diffusione deliberata di informazioni false), la misinformation (diffusione accidentale o involontaria di informazioni errate) e i l’odio verbale (hate speech) vengono offerti a un pubblico scarsamente dotato di spirito critico dà filo da torcere ai giornalisti che coprono il conflitto.

La comunicazione strategica non è nata ieri. Le sue origini risalgono allo stratega militare cinese Sun Tzu. Tuttavia, la moderna tecnologia sta aiutando i gruppi terroristici a diffondere la propria propaganda come mai era avvenuto prima d’ora. Questo studio dimostra come Boko Haram sia particolarmente abile nel farlo.

Formatosi nel 2002, inizialmente come movimento pacifico, Boko Haram è diventato il più crudele gruppo terroristico dell’Africa, a cui si attribuiscono le morti di oltre 30.000 persone e lo sfollamento di tre milioni in Nigeria, Niger, Chad e Camerun, nell’ultimo decennio.

Il gruppo prospera nella violenza e i suoi membri sono accusati di commettere atrocità come decapitazioni e esecuzioni di massa. Ma ciò che ha attirato l’attenzione dei media di tutto il mondo è stato il sequestro di 276 ragazze dalla scuola di Chibok, avvenuto nel 2014.

Si ritiene che una delle intenzioni degli attacchi di Boko Haram sia proprio di attirare l’attenzione dei media: “è uno degli elementi della loro strategia di comunicazione”, si può leggere nello studio.

Il gruppo terroristico si è servito del sequestro delle ragazze di Chibok per assicurarsi che alcuni dei propri comandanti venissero rilasciati e ottenere delle concessioni dal governo nigeriano.

Ma di qualsiasi cosa si tratti – rapimenti, attentati, decapitazioni – queste azioni sono, almeno in parte, intraprese per l’attenzione che focalizzano su di loro.

Lo studio si focalizza inoltre sulla tensione fra i giornalisti e i membri di Boko Haram e il ruolo di gatekeeper assunto dai comunicatori strategici. Mostra inoltre quanto la relazione fra i giornalisti e le forze armate possa a volte essere altrettanto difficoltosa.

I giornalisti hanno dichiarato al Dott. Abubakar che il rapporto con i militari era un misto di cordialità, intimidazione e vessazione. Un reporter televisivo ha affermato: “Sono imprevedibili, possono essere gentili un momento e ostili quello dopo”.

E, quando è stato chiesto a un addetto alle pubbliche relazioni dell’esercito, come fosse rapportarsi con i giornalisti, questi ha ammesso: “Sì, a volte capita che ignori le loro chiamate e che mi irritino”.

Nel giugno del 2014, secondo un rapporto della Freedom House, i soldati dell’esercito nigeriano hanno confiscato e distrutto svariate copie di giornali da una decina di sedi di organi di stampa del paese. Un portaparola dell’esercito ha parlato di “un’azione di routine” per cercare un presunto contrabbando, ma il fatto è stato interpretato come una rappresaglia in risposta alla copertura mediatica dei tentativi piuttosto titubanti intrapresi contro Boko Haram dall’esercito, secondo la Freedom House.

Lo studio conclude dicendo che c’è stato uno spostamento del potere nel rapporto fra giornalisti e comunicatori strategici. Uno spostamento che non mette tuttavia un termine alla dipendenza dei comunicatori strategici verso i giornalisti per rafforzare la credibilità delle loro storie.

Il rapporto del Dott. Abubakar si pone infine due domande sul futuro dello studio del conflitto di Boko Haram:

Fino a che punto l’uso di informazioni complementari (per esempio di comunicati stampa) da parte dei comunicatori strategici influenza la copertura mediatica di Boko Haram?
Fino a che punto la difficoltà di accedere alle zone di conflitto da parte dei media ha inficiato la nostra comprensione di questa crisi?

“Hostile gatekeeping: The strategy of engaging with journalists in extremism reporting” si trova nel quinto volume del Defence Strategic Communications, la rivista ufficiale del Strategic Communications Centre of Excellence della NATO. Lo studio è consultabile da pagina 51 a 87.

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