Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea

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La protezione dei diritti fondamentali nelle Comunità europee (dopo il Trattato di Maastricht, Unione europea) fu quasi esclusivamente il prodotto della giurisprudenza della Corte di Giustizia. Con l’eccezione di un riferimento generico nel preambolo (“risoluti a rafforzare … le difese della pace e della libertà”), il Trattato di Roma non conteneva alcun riferimento ai diritti fondamentali. Tuttavia, già con la sentenza Stauder, C-29/69 del 1969, la Corte di Giustizia ebbe ad affermare che i diritti fondamentali “fanno parte dei principi generali del diritto comunitario, di cui la Corte garantisce l’osservanza”.

Successivamente, nella celebre sentenza Internationale Handelsgesellschaft, C-11/70 del 1970, la Corte chiarì che la tutela dei diritti fondamentali nell’ambito del diritto comunitario è ispirata “alle tradizioni costituzionali comuni agli stati membri” e deve essere garantita “entro l’ambito della struttura e delle finalità della Comunità”.

Nella sentenza Hauer, C-44/79 del 1979, si trova il primo riferimento alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (“nell’ordinamento giuridico comunitario, il diritto di proprietà è tutelato alla stregua dei principi comuni alle costituzioni degli stati membri, recepito nel protocollo addizionale alla Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell’uomo”), destinato a consolidarsi e a diventare sempre più frequente nella giurisprudenza della Corte di Giustizia in tema di diritti fondamentali.

Sulla base di questi principi, negli anni seguenti la Corte sviluppò, senza alcuna base testuale nei Trattati istitutivi delle Comunità europee, un catalogo di principi e diritti fondamentali di diritto comunitario che comprende, a titolo di esempio, il principio di proporzionalità, il diritto di proprietà e la libertà di iniziativa economica, il principio di eguaglianza, la libertà di religione, la libertà sindacale, la protezione dell’affidamento legittimo, la certezza del diritto, ecc.

Con questa giurisprudenza la Corte di Giustizia reagì ad alcune sentenze delle corti costituzionali tedesche e italiane, che avevano individuato nella protezione dei diritti fondamentali un limite alla applicazione del diritto comunitario negli ordinamenti statali (Bundesverfassungsgericht, sentenza del 29 maggio 1974, c.d. Solange I; Corte costituzionale italiana, sentenza n. 183/1973).

Sviluppando una giurisprudenza sui diritti fondamentali, la Corte di giustizia intendeva sottrarre l’applicazione del diritto comunitario al controllo sul rispetto dei diritti fondamentali esercitato dai giudici nazionali.

Al tempo stesso, la Corte stava gettando le basi per la Carta dei diritti di Nizza, che costituisce in gran parte una compilazione e un consolidamento della sua giurisprudenza in tema di diritti fondamentali.

La Carta enuncia i diritti e i principi che dovranno essere rispettati dall’Unione in sede di applicazione del diritto comunitario. L’attuazione di tali principi, comunque, è affidata anche alle normative nazionali. Il testo della Carta inizia con un preambolo ed i 54 articoli sono suddivisi in 6 capi i cui titoli enunciano i valori fondamentali dell’Unione:

Dignità (art 0-5);
Libertà (art. 6-19);
Uguaglianza (art. 20-26);
Solidarietà (art. 27-38);
Cittadinanza (art. 39-46);
Giustizia (art. 47-50).
Il settimo capo (art. 51-54) è rappresentato da una serie di “Disposizioni Generali” che precisano l’articolazione della Carta con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU)[6].

I diritti contenuti nella Carta sono classificabili in quattro categorie:

le libertà fondamentali comuni, presenti nelle costituzioni di tutti gli stati membri;
i diritti riservati ai cittadini dell’Unione, in particolare riguardo alla facoltà di eleggere i propri rappresentanti al Parlamento europeo e di godere della protezione diplomatica comune;
i diritti economici e sociali, quelli che sono riconducibili al diritto del lavoro;
i diritti moderni, quelli che derivano da alcuni sviluppi della tecnologia, come la tutela dei dati personali o il divieto all’eugenetica e alla discriminazione di disabilità e di orientamento sessuale.

La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), in Italia anche nota come Carta di Nizza, è stata solennemente proclamata una prima volta il 7 dicembre 2000 a Nizza e una seconda volta, in una versione adattata, il 12 dicembre 2007 a Strasburgo da Parlamento, Consiglio e Commissione.

Con l’entrata in vigore del “Trattato di Lisbona”, la Carta di Nizza ha il medesimo valore giuridico dei trattati, ai sensi dell’art. 6 del Trattato sull’Unione europea, e si pone dunque come pienamente vincolante per le istituzioni europee e gli Stati membri e, allo stesso livello di trattati e protocolli ad essi allegati, come vertice dell’ordinamento dell’Unione europea.

Essa risponde alla necessità emersa durante il Consiglio europeo di Colonia (3 e 4 giugno 1999) di definire un gruppo di diritti e di libertà di eccezionale rilevanza e di fede che fossero garantiti a tutti i cittadini dell’Unione.

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