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Ḥasan-i Ṣabbāḥ [1] (in persiano بن صباح o حسن صباح ) (Qom, circa 1034 – Alamūt, 1124) è stato un religioso persiano, capo carismatico dei Nizariti, una setta sciita ismailita conosciuta anche sotto il nome di Assassini (Hašīšiyyūn). Ḥasan nacque a Qom, in Persia, da una famiglia sciita, ma crebbe a Rayy, presso Teheran.
A 17 anni incontrò per la prima volta un missionario ( dā’ī ) ismailita che, malgrado tutti i suoi sforzi, non riuscì a convertirlo all’Ismailismo. Più tardi si ammalò gravemente e, sconvolto all’idea di morire senza conoscere la Verità, prese contatto con un altro ismailita e finì per convertirsi a 35 anni, verso il 1071.
Fu presto notato da un dignitario ismailita di passaggio a Rey/Rayy, che lo inviò qualche anno dopo al Cairo, in Egitto. Probabilmente a sèguito di problemi politici, dovette tornare in Persia nel 1080. Là passò diversi anni molti attivi a percorrere il paese per diffondere la propria fede, avendo ai propri ordini un gruppo di uomini che divenne sempre più numeroso.
Cominciò allora ad essere considerato pericoloso dalle autorità sunnite e fu ricercato attivamente dal vizir selgiuchide di Malik Shāh, Niẓām al-Mulk.
Nel 1090 – aveva ormai più di 50 anni – fece il suo primo colpo da maestro: la presa incruenta della fortezza di Alamūt, nel nord della Persia, fra Teheran e il mar Caspio. A partire da qui, estese il dominio degli ismailiti nella regione e la loro influenza nel resto della Persia e in Siria.
Nel 1094, in sèguito a un conflitto di successione per la scelta del futuro Imām sciita, la dottrina ismailita si divise in due tronconi: uno in Egitto (mustaʿlī) e l’altro in Persia (nizārī). Da allora in poi gli ismailiti persiani (nizariti), guidati da Ḥasan ibn al-Ṣabbāḥ, fecero conto sulle loro sole forze. Va notato che Ḥasan non rivendicò mai per sé stesso il titolo di Imām.
Sotto il suo regno si svilupparono gli assassinii politici, e la prima vittima importante fu il vizir Nizām al-Mulk. Gli esecutori erano un gruppo di iniziati che si vuole agissero sotto l’effetto di droghe, anche se gli studi più recenti sono tutt’altro che certi che il nome della setta – al-Hašīšiyyūn – derivi in effetti dall’uso dell’hashish.
Marco Polo descriverebbe la sua fortezza come un vero paradiso, ricco di un magnifico giardino, di belle fanciulle, di quattro fontane da cui sarebbero sgorgati vino, latte, miele e acqua, a somiglianza dei fiumi del Paradiso islamico, ed è al viaggiatore veneziano che si deve la notizia secondo la quale Ḥasan avrebbe condizionato i suoi seguaci facendo consumare loro vari tipi di droghe. Va però detto che Marco Polo non può essere stato testimone di nessuno di tali fatti dal momento che Ḥasan prese possesso della fortezza nel 1090, a 56 anni di età, mentre Marco Polo nacque nel 1254 e la fortezza stessa risulta quasi totalmente distrutta da parte di Hulagu Khan solo due anni dopo, ovvero nel 1256. Se una fortezza Marco Polo ha visto, doveva trattarsi di un’altra. Personalmente Ḥasan era un uomo austero, che faceva applicare la legge islamica senza tentennamenti.
Fece giustiziare due dei suoi figli, uno per aver bevuto vino e l’altro per un’accusa di assassinio.
Si racconta che lasciasse molto raramente la propria casa e che abbia scritto molto, ma quasi tutte le sue opere andarono perdute con la distruzione di Alamūt da parte dei Mongoli nel 1256.
Morì ad Alamūt, di malattia, a novant’anni, nel 1124.

Fonte: Wikipedia

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