USA, Sulla rotta mortale degli oppiacei

La prima cosa che colpisce, sono i suoi occhi. Verde scuro, ornati con fard di copertura rosa. Frizzanti e maliziosi senza dubbio nell’adolescenza, ma oggi impressi di un profondo lassismo. Come coperti da un velo cotonato. Di per se’, lo sguardo di Tiffany Vincent tradisce una vita di eccessi. Il suo trucco spesso non cancella la durezza dei tratti di questa donna di 36 anni passata attraverso tutte le droghe o quasi. E rotta nello stesso tempo da dipendenza e dolore. Al piano della sua modesta casa dove ci riceve, nella piccola citta’ cupa di Madison, nella Virginia occidentale, Tiffany ha ritrovato il corpo senza vita di sua madre, Mary Kathryn, deceduta per overdose all’eta’ di 50 anni.

Era il 23 dicembre 2015, due giorni prima di un Natale che doveva essere il primo in famiglia da tre anni. “Aveva comprato dei regali per tutti. Era eccitata, cosi’ felice, come un bambino”, si ricorda Tiffany, lacrime agli occhi.

La dipendenza di Mary Kathryn inizio’ nel 1997. Un violento incidente d’automobile. Dolori lancinanti al dorso. E un medico che gli prescrive l’Oxycontin, potente analgesico derivato dall’oppio. Un anno dopo, questo farmaco e’ stato introdotto in Usa dal laboratorio Purdue Pharma, che ne fa una promozione marketing aggressiva presso i medici e i farmacisti. Le motivazioni sono conosciute: l’Oxycontin sarebbe un oppiaceo sicuro, dice Kay Mullins, madre del defunto e nonna di Tiffany. Durante venti anni, questa madre coraggio che, a 70 anni, lavora ancora presso un fioraio di Madison per far vivere la famiglia -Tiffany e le sue due figliole che abitano con lei- ha tentato di aiutare sua figlia a venirne fuori. A diverse riprese, l’ha inviata in rare e costose cliniche di disintossicazione. Senza successo. Per procurarsi le pillole di cui aveva bisogno, Mary Kathryn ha scandagliato centri medici e farmacie senza scrupoli della regione, girando talvolta anche un paio di ore per procurarsi una ricetta e, poi, una scatola di farmaci. “L’ultimo dottore che l’ha ricevuta era un nefrologo! Le ha prescritto del Xanax e dell’Oxycodone, due farmaci che si consiglia di non associare perche’ potrebbero provocare la morte. L’ha visto lunedi’. Mercoledi’ era partita”, dice Kay,
Ricette
Dopo i funerali di sua figlia, la settuagenaria con la voce dolce e con lo sguardo affabile ha alzato al cornetta del suo telefono per chiamare lo studio del nefrologo. Alla segreteria, lei si ricorda soltanto d’aver detto che Mary Kathryn non ci sara’ piu’ per il suo prossimo appuntamento, previsto per qualche giorno dopo. Se il medico in questione non e’ stato indagato, altri invece sono stati costretti a chiudere bottega. Alcuni sono stati perseguiti dalla giustizia. Michael Kostenko, che rilasciava ricette per conto di una clinica in mezzo alla foresta, dove ufficialmente animava dei gruppi di incontro fondati sulla spiritualita’. Tiffany che ha accompagnato sua madre, si ricorda: “Le persone passavano la notte davanti al palazzo per potervi entrare. C’erano 40 persone in una sala. Il dottore ti diceva che Dio era il solo a poter lenire il dolore. Poi ti dava la sua prescrizione”.
L’anno scorso, il dottor Kostenko e’ stato arrestato ed incolpato per aver fornito dell’oxycodone senza motivi medici a numerosi pazienti, tra cui almeno due sono morti per overdose. Il dossier fatto dal procuratore fa venire le vertigini. In una sola giornata, a dicembre del 2013, questo medico avrebbe per esempio firmato 375 ricette per 271 pazienti, senza averne visto uno solo. Cioe’ piu’ di 22.000 pillole di oxycodone prescritte in cambio di piu’ di 20.000 dollari (18.000 euro) nello specifico.
Il 25 aprile, Michael Kostenko e’ stato presentato come colpevole davanti ad un tribunale federale. E’ potrebbe essere condannato a venti anni di prigione ed un milione di dollari di ammenda. La sentenza sara’ pronunciata il 23 agosto. Alcuni dei suoi pazienti sono stati gia’ condannati, malgrado loro, alla pena capitale. A meta’ giugno, non meno di 47 persone sono state arrestate nello Stato per aver prescritto illegalmente dell’oxycodone.
Ad una cinquantina di chilometri a sud di Madison, Logan simboleggia il declino economica della Virginia occidentale, ex-culla dell’industria del carbone. In questa regione nascosta, all’ombra degli Appalachi, migliaia di posti di lavoro sono scomparsi nelle miniere. Lasciando dietro di se’ una generazione di disoccupati in preda a dolori fisici e traumi mentali. Un terreno perfetto per l’epidemia di oppiacei che, contrariamente quella di crack degli anni 80, riguarda essenzialmente l’America bianca e rurale.
Se gli esperti notano una correlazione tra disoccupazione e consumo di droga, il flusso non risparmia nessun ambito sociale. Chelsea Carter lo puo’ testimoniare: “ Io sono cresciuta in una bella casa. Mio padre era il Sindaco. Noi andavano in chiesa due volte alla settimana, il mercoledi’ e il venerdi’”, racconta questa donna di 30 anni, bionda con gli occhi blu e la vita da vespa. Quando la si sente raccontare il suo passato di “ginnasta e pon-pon girl al liceo”, non si puo’ non pensare all’adolescente che fa girare la testa a Kevin Spacey in “American Beauty”. A 12 anni, pero’, l’adolescente-modella va fuori binario grazie all’incontro con una delle sue amiche che le racconta come, il fine settimana, lei “si fa” con suo padre spacciatore. Chelsea assaggia l’alcool e poi l’erba. Seguiranno pillole antidolorifiche, metamfetamine ed ecstasy, Il tutto prima di aver compiuto 15 anni.
“Gli oppiacei erano veramente la mia droga preferita” si ricorda. La morte ravvicinata di sua nonna e di un amico (per overdose) la fanno tentennare. Si rincontra, a 19 anni, con uno spacciatore di un’eta’ doppia della sua che la porta verso il fondo. Danno vita ad un relazione “drug fueled” (alimenta dalla droga): “ All’epoca, consumavo fino a 10 pillole di oxycodone al giorno. Ognuna costava 100 dollari al mercato nero: facevo al mio spacciatore tutto quello che voleva e in cambio, ottenevo la droga di cui avevo bisogno”. Chelsea finisce per rompere questa relazione tossica. Ma per finanziare il suo consumo, mette su una banda di ladri. L’arresto della gang finisce sulla prima pagina dei giornali locali. Condannata, esce dalla prigione in cambio di una cura di disintossicazione e di controlli regolari. Ma ci ricasca ben presto. “Ho fallito ad un test antidroga. Mi hanno messo le manette, una tunica arancione e mi hanno portata in prigione. Non c’e’ cosa piu’ umiliante sulla Terra”, dice con un tono disperato.
“Una maledizione di famiglia”
Era il 20 settembre 2008. Per non dimenticare mai questa data, Chelsea se l’e’ fatta tatuare recentemente sul suo polso sinistro. Con tatuate anche queste parole: “I once was lost” (precedentemente ero persa). Dopo quel giorno non ha mai piu’ ritoccato della droga. “Ora sono nove anni che sono sobria e mi va bene, non dico di non aver mai pensato di ricascarci. Sapete, le droghe danno una risposta alla soddisfazione immediata. Disintossicarsi non da’ soddisfazione immediata, C’e’ molto lavoro”, dice. Un lavoro che e’ diventato il suo: dopo studi di psicologia e di lavoro sociale, Chelsea e’ oggi terapeuta in un centro di trattamento delle dipendenze a Logan. Sulla sua scrivania sgombra, la trentenne coi i lunghi capelli puliti ha sistemato qualche quadro “feel good”: “Dreams come true”, Love is all you need”, “Follow your heart”, C’e’ anche, in un angolo, una copia del suo mugshot -la foto di riconoscimento scattata dalla polizia il giorno del suo arresto- e qualche ritaglio stampa sulla sua storia. Raro esempio di disintossicazione e di riconversione riuscita. Chelsea cerca di trasmettere un messaggio di speranza a centinaia di tossicomani che lei segue. Prendendo atto sia dell’ampiezza della crisi che della mancanza di mezzi: “Tutti i giorni ricevo delle persone la cui madre, il figlio, il padre sono anche seguiti qui. E’ una maledizione di famiglia. Abbiamo bisogno di piu’ centri di trattamento. Abbiamo bisogno di aiuto. Il nostro Stato attraversa una crisi profonda, e noi vediamo davanti ai nostri occhi delle generazioni intere”.
“Heroin babies”
Uno studente di 21 anni al volante della sua auto incidentata. Un padre di 47 anni e suo figlio di 26 per terra nella loro stanza da bagno. Tre amici di 23, 27 e 32 anni in un giardino. Un uomo di 59 anni in un cespuglio. Una coppia di quarantenni nei bagni di una stazione di servizio. Il 15 agosto 2016, queste nove persone -e circa un’altra ventina- si sono presi una overdose a Huntington, seconda citta’ della Virginia occidentale. Ventisei overdose in sole quattro ore. Un trauma per la citta’ e i suoi servizi di soccorso”. “E’ come se l’infermo si fosse scatenato”, dira’ piu’ tardi Steve Williams, Sindaco di Huntington, 50 mila abitanti. Come un miracolo in mezzo a questo inferno, tutte le vittime hanno potuto essere salvate, la maggior parte grazie al Narcan, farmaco antidoto a base di naloxone, somministrato per via endovenosa o nasale e che annulla gli effetti degli oppiacei.
Quel giorno, tutte le vittime avevano consumato la stessa eroina alterata. A fronte dei maggiori controlli imposti ai medici ed ai farmacisti, procurarsi oppiacei con ricetta e’ sempre piu’ difficile. I tossicodipendenti si rivolgono allora verso farmaci contraffatti o, piu’ frequentemente, verso l’eroina, molto meno cara ma anche molto piu’ pericolosa.
Tra il 2004 e il 2015, le overdose mortali di eroina sono anche cresciute di piu’ del 20% in Usa. Perche’ la droga, principalmente importata dai cartelli messicani, e’ spesso mescolata con altre molecole, tra cui il fentanyl. Tre grani di sabbia di questo oppiaceo sintetico, centro volte piu’ potente della morfina, costituisce una dose mortale.
Secondo le statistiche del Centro di controllo e di prevenzione della malattie (CDC), piu’ di 33.000 americani sono morti in seguito ad una overdose di oppiacei nel 2015, il quadruplo rispetto al 1999. Con un tasso di overdose mortale di 41,5 ogni 100.000 abitanti, la Virginia occidentale e’ alla lunga lo Stato piu’ toccato, davanti al Newhampshire e al Kentucky. Una recente inchiesta del giornale locale, il Charleston Gazete-Mail, premiata in primavera da un premio Pulitzer, ha mostrato che 780 milioni di pillole di oppiacei (oxycodone e hydrocodone) sono stati prescritti in Virginia occidentale tra il 2007 e il 2012. E le cifre del 2016 indicano che nonostante una consapevolezza diffusa, l’epidemia non e’ ancor arrivata al suo picco. L’anno scorso, 818 persone sono morte di overdose in Virginia occidentale -il 13% in piu’ rispetto al 2015.
In mezzo a questa marea di statistiche, una cifra stupisce piu’ di altre: un bimbo su cinque nato l’anno scorso nel principale ospedale di Huntington, e’ stato esposto alla droga nel corso della gravidanza. La meta’ di essi, cioe’ circa il 9% di tutti i nuovi nati, ha ereditato la dipendenza della propria madre agli oppiacei. Viene chiamata familiarmente “heroin babies”, vittime piu’ giovani -e le piu’ vulnerabili- di questa epidemia devastante. “Soffrono di turbe molto rapide ed incontrollate, di un sonno molto agitato, di crampi, di diarree. Piangono in modo sfrenato, si sentono male quando mangiano e regolano male la propria temperatura”, dice il neonatologo Sean Loudin.
Oltre ad un’unita’ specializzata in seno alla maternita’, una struttura esterna chiamata Lily’s Place ha aperto a fine 2014 per accogliere questi neonati che soffrono di sindrome di astinenza neonatale (SAN). La clinica ha dodici camere ed ogni bimbo ha un trattamento medico personalizzato. La durata del trattamento dipende dal tipo di droga e dalla quantita’ consumata dalla madre. Qualche settimana essenzialmente, diversi mesi alcune volte. I genitori, privati della patria potesta’ di quei bambini in cui la droga e’ stata trovata nel loro organismo, sono autorizzati a seguirli durante la giornata, sotto la supervisione degli infermieri. “Alcuni sono presenti tutto il giorno, dal mattino alla sera. Altri non vengono quasi mai e talvolta spariscono per diverse settimane”, dice Rhonda Edmunds, una delle due fondatrici di Lily’s Place.
Infermiera da trenta anni, ha assistito all’esplosione del numero di bimbi colti dalla SAN. “Nel 2011, siamo andati a visitare il solo luogo in Usa che si occupa di questi bimbi, nello Stato di Washington (nord-ovest del Paese). In venti anni di esistenza, avevano fatto poca esperienza. S’e’ capito che non facevano le cose come avrebbero dovuto essere fatte”. Al loro ritorno, Rhonda e la sua collega infermiera adattano quindi i loro metodi. All’ospedale, e poi al Lily’s Place. Finite le attenzioni piu’ intense, seguirono quelle secondarie. I dondolii dall’alto in basso sono rimpiazzati da movimenti laterali, meglio tollerati dai neonati.
Battaglia
Malgrado l’ampiezza del fenomeno -piu’ di 27.000 bimbi americani nati col SAN nel 2013, dieci volte di piu’ che nel 2000-, questa esperienza acquisita dall’équipe di Lily’s Place rimane poco conosciuta. E poco condivisa. La ricerca in merito e’ allo stato embrionario e le strutture quasi inesistenti. Per il neonatologo Sean Loudin, direttore medico di Lily’s Place, il fatto che migliaia di bimbi in tutto il Paese non ricevano alcun trattamento appropriato per la loro dipendenza, e’ come se fosse una tortura. “Un bimbo con questi problemi che non riceve cure, ha enormi sofferenze. Tutti sarebbero scioccati se, in un ospedale, si lasciasse andare via senza cure un adulto dipendente dagli oppiacei in fase di trattamento. Questo adulto urlerebbe, vomiterebbe, avrebbe la diarrea. Se qualcuno vuole essere umano, direbbe che si tratta di una ingiustizia. E per il bimbo, allora?”.
Ritorno a Madison. Davanti alla casa di famiglia. Tiffany Vincent si intrattiene con le sue due figlie di 7 e 11 anni. Dopo due ore di intervista dolorosa, inframmezzata da lunghi silenzi e da singhiozzi, e’ la prima volta che la si vede sorridere. Appoggiata ad un portico scorticato, sua nonna. Kay, osserva la scena. Nel suo sguardo da controllo, si percepisce la gioia, quella di vedere i suoi nipoti felici. Ma anche l’angoscia morbida di chi ha troppo visto e si domanda se Tiffany, come sua madre morta, combatte da lungo tempo i demoni della dipendenza. Oppiacei, speed, eroina, metamfetamine: ha provato molto. E molto consumato.
Alla fine del nostro incontro, assicura di essere sobria da circa sei mesi. Ma sua nonna non sembra granche’ convinta. Piangendo, Tiffany si confidata sulle sue paure. E usa delle parole strazianti sulla sua battaglia: “Non posso essere sobria per diversi mesi. Ma se qualche cosa sta per arrivare, il terreno si muove sotto i miei piedi ed io mi sento sprecata. E non posso fare nulla, io amo i miei figli piu’ di tutto. Ma quando sono liquefatta la mia dipendenza prende il sopravvento e comincio a desiderare la droga piu’ che l’amore dei miei bambini. Questo meccanismo e’ come il diavolo. E’ il diavolo. Posso correre per scappare da esso. Posso non volerlo. Posso nascondermi. Ma lui trovera’ sempre il suo cammino verso di me”.

(reportage di Frédéric Autran, inviato speciale in Virginia occidentale, pubblicato sul quotidiano Libération del 26/06/2017)

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Posted by on 24/09/2017. Filed under ARCHIVIO, CRONACA ESTERA. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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