AMBIENTE ARCHIVIO 

U.E. – I rifiuti vengono realmente riciclati?

Secondo le stime del Governo, nel Regno Unito vengono prodotti ogni anno 11 milioni di tonnellate di imballaggi, che vanno poi a comporre circa il 17% di tutti i rifiuti domestici e commerciali. Un ammontare significativo, che il Paese tenta di gestire dal 1997 attraverso un sistema di mercato (adottato a seguito della relativa direttiva Ue su imballaggi e rifiuti da imballaggio) che sembra funzionare molto bene: secondo i dati ufficiali forniti dal department for Environment food and rural affairs, nel 2017 risulta infatti riciclato il 64% degli imballaggi, a fronte di un obiettivo fissato al 55%.

Il problema è che, secondo un’indagine condotta dal National audit office (Nao) direttamente su richiesta dell’Environmental audit committee, il rischio che si tratti di dati gonfiati è molto concreto.

Ad oggi le principali aziende d’Oltremanica che gestiscono gli imballaggi – ovvero quelle con un giro d’affari da almeno 50 tonnellate di imballaggi e un fatturato da oltre 2 milioni di sterline – sono obbligate a dimostrare che almeno un certo ammontare dei loro prodotti viene riciclato; per dimostrare di aver assolto l’obbligo bastano i documenti forniti a queste aziende dagli impianti che gestiscono il rifiuto nel Regno Unito, o che lo esportano all’estero per essere riciclato.
Il problema è che la seconda opzione – quella dell’export – è sempre più praticata. La quota di rifiuti da imballaggio esportati è sestuplicata a partire dal 2002, mentre la quantità di materiali avviati a riciclo entro i patri confini è rimasta la stessa. Così, nel 2017 ben la metà dei rifiuti da imballaggio ufficialmente riciclati è stata in realtà spedita all’estero, senza fondate certezze sul destino dei materiali.

«Sembra che il sistema sembra essersi evoluto in un modo comodo per il governo di raggiungere gli obiettivi fissati, senza affrontare i sottostanti problemi di riciclo sottostanti – si legge nelle conclusioni dell’indagine Nao – Il governo non ha prove del fatto che il sistema abbia incoraggiato le aziende a ridurre al minimo gli imballaggi, o a renderli facili da riciclare. E si basa sull’esportazione dei rifiuti in altre parti del mondo senza controlli adeguati per garantire che questi materiali siano effettivamente riciclati, e senza considerare se i Paesi di destinazione continueranno ad accettarli a lungo termine».

Un interrogativo, quest’ultimo, che si è manifestato con improvvisa violenza nell’ultimo anno, quando la Cina ha bandito l’import di molte tipologie di rifiuti, mettendo in crisi non solo il Regno Unito ma anche molti altri Paesi europei – Italia compresa – oltre agli Usa.

L’approccio utilizzato per tamponare l’emergenza non fa però che riproporre il medesimo modello di business, ovvero spostando altrove i flussi di rifiuti finora inviati in Cina: è la stessa Nao a notare che i dati del primo trimestre 2018 suggeriscono come la lacuna cinese sia stata colmata incrementando l’export di rifiuti in altri Paesi, ma sottolinea che non è chiaro se tale modus operandi possa essere mantenuto nel tempo. Alcuni Stati di destinazione – come Vietnam, Thailandia ma anche Polonia – stanno stringendo i cordoni, dopo la Cina.

A medio e lungo termine non si intravede altra soluzione che seguire la gerarchia per una corretta gestione del ciclo integrato dei rifiuti, che inizia con la prevenzione e prosegue con il riuso, il riciclo, il recupero di energia e la discarica. Per poter davvero governare i rifiuti prodotti (e avere un’idea precisa della loro destinazione finale) è però indispensabile seguire il principio di prossimità, oltre a quello di sostenibilità: ovvero aziende e consumatori che producono rifiuti in un territorio non possono al contempo pensare di cedere alla sindrome Nimby, e rifiutare sdegnati gli impianti industriali necessari a gestire i rifiuti all’interno (o il più vicino possibile) del territorio dove questi vengono prodotti, garantendo l’autosufficienza quantomeno a livello nazionale.

Al contempo, dopo aver riciclato i rifiuti le materie prime seconde devono poter tornare a essere ri-acquistate sul mercato, e questo a sua volta richiede sensibilità da parte dei consumatori ed incentivi normativi ed economici da parte delle istituzioni pubbliche. Si tratta di un lavoro assai più complesso e faticoso rispetto a intraprendere la via dell’export dei rifiuti, ma è anche l’unico che al momento appaia sostenibile.

(articolo di Luca Aterini, pubblicato su Greereport del 27/07/2018)

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