Transustanziazione

Il Concilio di Trento nella definizione dogmatica della XIII sessione dell’11 ottobre 1551, al capitolo IV dichiara: « con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del Suo Sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa Chiesa cattolica transustanziazione. » (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1376) – Wikipedia

La ricorrenza della solennità del Corpus Domini sollecita una breve riflessione sulla necessità di una corretta presentazione di quello che è il culmine della divina economia della grazia: culmine che non si può comprendere solamente come evento, come atto salvifico, perché si perpetua nella stabile presenza presso di noi della sostanza di Cristo sotto le specie del pane e del vino. Questo linguaggio appare oggi meno diffuso, perché l’enfasi corrente sul dipanarsi storico del Mistero tende a far passare in secondo piano l’impiego della categoria di “sostanza” sia nel discorso trinitario sia in quello eucaristico. (estratto da un articolo di Francesco Arzillo)

Nel Pontificale Romano (Pontificale Romanum – Propaganda Fidei, Roma 1868) il Vescovo prepara per la consacrazione dell’altare una mistura di acqua e sale con cenere e vino: con questo impasto si tracciano cinque croci sul piano dell’altare, una al centro e quattro agli angoli, in modo da descrivere la X iniziale di Χρίστος. Sui punti in cui sono state tracciate le croci il Vescovo brucia poi incenso a simboleggiare (e sostituire) il sacrificio cruento che si faceva nel Tempio di Gerusalemme ed infine lo unge con il crisma. I cinque punti segnati in tal modo sull’altare si identificano con le cinque ferite ricevute dal Cristo sulla croce, esplicitando così l’equivalenza tra l’altare e il Cristo stesso.  La consacrazione nelle Chiese orientali prevede, invece dell’acqua mista al vino, al sale e alla cenere adoperati nella Chiesa occidentale, l’uso del solo vino rosso, mescolato con qualche goccia di acqua di rose (Schuster Liber sacramentorum, Marietti 1967 vol. III, pag. 198); inoltre nelle Chiese orientali la consacrazione del nuovo altare avviene nel giorno del Giovedì Santo o comunque in un giovedì tra la Pasqua e l’Ascensione (Cath Enc sub voce). L’altare è figura del sepolcro nel quale venne deposto il Corpo del Cristo, così anche il calice, nel quale avviene la trasformazione del vino nel Sangue del Cristo, è anch’esso figura del sepolcro dove Egli fu deposto. Scrive Alcuino: “Il calice con cui il sacerdote cattolico celebra il sacrificio eucaristico è assolutamente lo stesso che il Signore diede agli Apostoli, perché, come la divinità del Verbo di Dio è una, così non possono esistere diversi corpi di Cristo né diversi calici” (Liber de divinis officiis, cit. in Insolera pag. 63). (Testo estratto dall’articolo di Paolo Galliano e Nuccio D’Anna)

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Posted by on 10/05/2012. Filed under ARCHIVIO. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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