Strasburgo, la legislazione italiana sulle misure di prevenzione è incompatibile con l’art. 2 prot. 4 CEDU

La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo è tornata ad occuparsi – con sent. 23 febbraio 2017, de Tommaso c. Italia – della disciplina delle misure di prevenzione personali fondate sulle fattispecie di pericolosità generica di cui alla L. n. 1423/1956, oggi trasfuse nell’art. 1 della D.lgs. n. 159/2011 (il c.d. Codice antimafia), dichiarandone l’incompatibilità – in particolare – con la libertà di circolazione, convenzionalmente consacrata all’art. 2 Prot. 4 Cedu.

I fatti, origine del ricorso. Il ricorrente (rectius, De Tommaso) – con alcune condanne all’attivo, tra cui una a quattro anni di reclusione per traffico di droga – veniva raggiunto nel 2008 dalla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, per avere il Tribunale ritenuto che egli fosse abitualmente dedito a traffici delittuosi e che vivesse abitualmente con i proventi di attività delittuose.

L’anno seguente, la misura veniva, tuttavia, revocata dalla Corte d’appello, che riteneva assente una pericolosità attuale del ricorrente al momento dell’imposizione della misura, evidenziando in particolare come le recenti segnalazioni di polizia su cui il Tribunale aveva, tra altro, fondato il proprio convincimento si riferissero in realtà ad un omonimo. Nel luglio del 2009, il ricorrente adiva quindi la Corte europea, lamentando la violazione degli artt. 5, 6 e 13 CEDU, nonché dell’art. 2 Prot. 4 Cedu in relazione ai nove mesi trascorsi in regime di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno.

Nel 2014, la Camera cui il ricorso era stato originalmente assegnato rinunciava alla propria giurisdizione, rimettendo la questione alla Grande Camera ai sensi dell’art. 30 CEDU.

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