Sono le donne africane che devono decidere quanti figli vogliono, quando e con chi

Nicolas Meda non e’ estraneo alle questioni sollevate nel summit Family Planning 2020 di Londra, lo scorso martedi’ 11 luglio. Medico epidemiologo da piu’ di venti anni, specializzato in medicina riproduttiva e della trasmissione madre-figlio del virus Hiv, difende da diverso tempo lo sviluppo di una migliore contraccezione in Africa.

Ministro della Sanita’ del Burkina Faso da febbraio del 2017, si e’ fatto portavoce del Partenariat di Ouagadougou in occasione del summit. Davanti ad una platea di ministri del mondo intero, di capi d’impresa, di fondazioni filantropiche e attori della societa’ civile a favore della pianificazione familiare, ha insistito su quello che era un diritto inalienabile, che dovrebbe essere appreso fin dalla scuola primaria.
Per Le Monde-Afrique e’ ritornato su questo Partenariat, sulla contraccezione e i diritti delle donne in Africa.
D. Che cos’e’ il Partenariat di Ouagadougou?
R. Sono nove Paesi francofoni, dell’ovest e centrali: Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea, Mali’, Mauritania, Niger, Senegal e Togo, impegnati dal 2011 per accelerare l’agenda della pianificazione famigliare in questo sottoregione.
D. Perche’ la pianificazione famigliare e’ importante?
R. Soprattutto perche’ e’ un diritto inalienabile. Sono le donne che devono decidere quanti figli vogliono, quando e con chi. In seguito, perche’ occuparsi della contraccezione delle donne permette di accelerare la forte crescita economica che e’ conseguenza di una rapida diminuzione delle nascite.
Noi siamo dei Paesi poveri, col 50% della popolazione dipendente, cioe’ che non lavora perche’ e’ troppo giovane, non ha competenze, non ha un mestiere, non ha un’educazione e che e’ incapace di produrre per se stessa e per gli altri. La pianificazione famigliare permette di ridurre la crescita demografica per avere una popolazione meno dipendente, e sviluppare il Paese.
Ma, per sviluppare la pianificazione famigliare, occorre l’educazione. Senza educazione, la donna non comprende i messaggi. Meno del 30% delle donne va a scuola ed e’ istruita. Questa mancanza di istruzione provoca una forte poverta’ femminile. E’ per questo che occorre una istruzione ed una autonomia delle donne.
Acculturata ed autonoma, la donna decide da se stessa e per se stessa di impegnarsi in una pianificazione famigliare. Noi lavoriamo anche con quella che si chiama la Scuola dei mariti, per far comprendere agli uomini gli interessi della pianificazione, e integrarli nel processo.
D. Qual e’ il vantaggio di lavorare a livello di nove Paesi?
R. E’ la nobilta’ della causa. Se sei solo, la tua causa non e’ prioritaria, ma quando siete in nove, sono tutti che hanno consapevolezza che e’ una priorita’.
Inoltre, per la condivisione delle esperienze, delle competenze. Il soccorso mutuale per andare avanti insieme. “Se vuoi andare avanti veloce, vai solo, ma se vuoi andare lontano, vai insieme”, dice un motto. Noi vediamo lontano e ci impegniamo per arrivare insieme.
Infine, in nove, siamo piu’ visibili e attiriamo meglio dei sostegni. Ne abbiamo avuto la prova, qui a Londra, questa mattina: il Canada ha detto che intende sostenerci, i Paesi del Nord, anche loro, ci stanno pensando.
D. Con quali ostacoli vi siete confrontati?
R. Le risorse: ci vogliono piu’ di 50 milioni di dollari (43,6 milioni di euro) all’anno e per Paese.
Il secondo ostacolo e’ l’offerta dei servizi. Al di la’ delle cliniche che sono molto insufficienti, ci vogliono degli agenti sanitari comunitari che vadano a domicilio, per proporre tutta una gamma di contraccettivi. E i diversi ordini medici rilevano che sia uno sminuimento della funzione medica.
Il terzo ostacolo e’ la comunita’. Vi ho spiegato come l’educazione era complicata. Essa passa piu’ facilmente attraverso dei messaggi audio e video, attraverso la tv per esempio. Nelle nostre zone, ci sono fino a 500 dialetti diversi. E’ impossibile diffondere dei messaggi in tutte le lingue.
Tutta la difficolta’ consiste nel creare la domanda, perche’ non siano solo le donne urbanizzate ad avere la possibilita’ di accedere alla pianificazione. In Burkina Faso, l’85% della popolazione vive nelle zone rurali, dove l’educazione delle donne e’ ancora ben al di sotto del 30%. Come raggiungerle? Come far loro prendere coscienza che la pianificazione famigliare non debba essere come un controllo del numero dei figli che esse devono avere, ma una sintesi in cui loro possano decidere quanto e quando?
Noi insistiamo sul “quando”, perche’ il capitale umano di ogni individuo e’ determinato dai suoi primi mille giorni, molto importanti per costituire lo sviluppo di un bimbo. Se le gravidanze sono molto ravvicinate, il bimbo non ne beneficiera’ dal punto di vista dell’alimentazione, degli strumenti d’educazione, dei vaccini e dell’apprendimento di cui ha bisogno.
D. Cosa sta portando avanti?
R. Abbiamo creato un programma per mettere in sicurezza gli approvvigionamenti, perche’ dal livello nazionale dove si organizzano le quantita’, alla consumatrice finale, non c’e’ nessun giorno in cui i prodotti contraccettivi possano non essere utilizzati.
Abbiamo istruito circa 18 mila agenti sanitari a base comunitaria perche’ siano portatori del servizio sanitario alle famiglie, per distribuire prodotti contraccettivi. Stiamo anche per lanciare un vasto programma di comunicazione, educazione e scolarizzazione.
D. Parlate di corsi di educazione sessuale?
R. Assolutamente. Tutto sara’ introdotto nei programmi scolastici a partire dall’ultimo anno delle primarie fino al livello superiore. Ma, in termini di comunicazione, vogliamo ugualmente utilizzare delle nuove tecnologie.
Oggi, i telefoni portatili sono in tutto il Paese. E con le compagnie telefoniche, intendiamo sviluppare dei messaggi audio nei dialetti per stimolare le donne ad utilizzare una contraccezione, ricordando loro regolarmente questo impegno. Molte non sanno leggere, ma possono ascoltare con la lingua da loro scelta un messaggio audio sul loro telefono.
D. Qual e’ la situazione del Burkina Faso, prima e dopo il Partenariat di Ouagadougou?
R. Prima del Partenariat eravamo a meno del 15% di donne che usavano metodi moderni di contraccezione. Abbiamo avuto una crescita al 22,5% e il programma nazionale ha previsto che entro il 2020 si arrivi a 32,5%. Ma, personalmente, direi che e’ insufficiente per passare ad una fase di transizione demografica, bisognerebbe che ci attesti sul 50%.
D. Perche’ l’Africa ha maggiori ritardi rispetto alle altre regioni del mondo sulla questione dei diritti sessuali e riproduttivi?
R. Cio’ che dico impegna solo me stesso. Io penso che non ci sia una volonta’ politica per la pianificazione famigliare, ne’ in generale per l’emancipazione delle donne. Li’ dove c’e’ stato un impegno politico, i risultati sono stati forti.
Vi faccio un solo esempio: la Tunisia. Malgrado la forza della religione, il presidente Bourguiba a deciso di rendere autonome le donne, di dare loro tutte le chiavi del proprio sviluppo, e le donne tunisine sono oggi indipendenti.
Per rendersi conto della forza dell’impegno politico, basta prendere un Paese dell’Asia e un Paese dell’Africa. Lo Sri Lanka, malgrado una guerra civile, ha oggi eliminato la mortalita’ natale, ed e’ allo stesso livello di sviluppo degli anni 1960.
D. Quali sono le sfide prossime?
R. Mobilitarci per continuare ad avere risorse. Ha visto le minacce della nuova politica di Trump? Noi oggi abbiamo l’appoggio delle ONG americane. Esse sono finanziate da USAID, e se l’USAID non ha piu’ risorse, questo ricade di conseguenza su di noi. Per fortuna ci sono delle fondazioni filantropiche che permettono di colmare questo gap, ma non allo stesso livello. Dobbiamo anche stimolare gli altri Paesi dell’Africa perche’ adottino politiche simili.
Malgrado i progressi della pianificazione famigliare, l’aborto, sempre illegale uccide molte donne….
Sono intervenuto al Parlamento del Burkina Faso in aprile su queste gravidanze indesiderate che poi portano ad aborti clandestini mortali. Ho chiesto che i legislatori del Burkina Faso esamino la possibilita’ di depenalizzazione dell’aborto.
Le donne dell’Assemblea, che purtroppo rappresentano solo il 20% del Parlamento, hanno fatto la loro lotta e, di recente, con la morte di Simone Veil, molte si sono ricordate della lotta che aveva fatto in Francia.
D. Crede che questo potra’ accadere rapidamente?
R. Non in questa legislatura. Percepisco sempre il dominio dei gruppi di pressione religiosa e morale, che rimangono molto ostili alla depenalizzazione dell’aborto. Purtroppo la loro voce emargina quella delle donne. Non dobbiamo far correre le cose, e’ per questo che credo che questo non accadra’ che tra cinque o dieci anni. Ma il nostro piano accelerato per la pianificazione famigliare sta creando una dinamica.
A fine luglio, i parlamentari dell’Africa dell’ovest e centrale si riuniranno a Ouagadougou per parlare di pianificazione famigliare, e la depenalizzazione dell’aborto sara’ li’ dibattuta.
D. Come reagiscono i gruppi religiosi alla pianificazione famigliare?
R. Al momento, tollerano l’accesso ai contraccettivi moderni, ma la differenza si fara’ vedere se, invece di tollerare, essi agiscono. Se nelle prediche, nelle moschee, nelle chiese, essi affronteranno la pianificazione famigliare, noi andremo avanti molto rapidamente. Essi hanno una forza di mobilitazione nettamente superiore allo Stato: le persone assimilano la parola del vescovo o dell’imam.
D. Lei si considera un femminista?
R. Non mi sono mai posto il problema… ma il Burkina Faso si chiama il “Paese degli uomini integri”. E’ un Paese di tolleranza e, dal 1984, con l’arrivo al potere del presidente Thomas Sankara, una differenza fondamentale e’ stata fatta nella coscienza collettiva per la difesa dei diritti delle donne. E, tra noi, uomini di questa generazione, io non penso che non ci sia un solo cittadino del Burkina Faso che non si batta per l’uguaglianza di genere.
Personalmente, ogni giorno, io sono molto attento su questo equilibrio. Faccio attenzione alle decisioni che prendo per rispettare sempre la parita’. E mi succede spesso di dirmi: “Non ci sono delle donne in questa sala, perche’?”. Non so se sono un femminista, ma sono un difensore dei diritti delle donne.

(Intervista di Elena Blum, pubblicata sul quotidiano Le Monde del 14/07/2017)

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Posted by on 12/10/2017. Filed under ARCHIVIO, ATTUALITA'. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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