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Reti sociali. In Usa l’accesso diviene un diritto costituzionale

Navigare su Facebook o comunicare il proprio umore del momento con 140 caratteri su Twitter, fa ormai parte della routine di miliardi di internauti. In Usa, lunedi’ 19 giugno, la Corte Suprema ha fatto del loro uso una componente essenziale della liberta’ d’espressione, garantita dalla Costituzione. La piu’ alta istanza giudiziaria americana doveva decidere su due questioni in materia di spazi digitali, nell’ambito di una questione relativa a crimini sessuali, vecchi di sei anni. Il primo emendamento della Costituzione americana, relativo alla liberta’ d’espressione, si applica ad Internet? E se si applica, fino a dove il governo puo’ limitare l’accesso alle persone?

La persona al centro della questione si chiama Lester Packingham. Nel 2002, quando aveva 21 anni, fu riconosciuto colpevole di atti sessuali su una minore di 13 anni. Sconta la sua pena ed e’, come prevede la procedura americana, iscritto a vita sul registro dei delinquenti sessuali.
Dopo una legge del 2008 applicabile in Carolina del Nord, gli viene vietato, per trenta anni, di connettersi a tutti i siti Internet che potrebbero essere utilizzati da parte di bambini, reti sociali incluse. Ma nel 2010, Packingham si iscrive su Facebook, utilizzando un nome falso. Posta un commento in cui si felicita dell’annullamento di una multa per sosta vietata. Commento che sara’ individuato da un poliziotto incaricato di seguire online i delinquenti sessuali. Malgrado l’assenza di prove del suo coinvolgimento in un nuovo crimine, le autorita’ mettono in galera l’uomo arrestandolo per frode.

“Tutto il mondo e’ su Twitter”
Packingham decide di fare appello e di perseguire lo Stato per violazione del primo emendamento. Oltre la liberta’ d’espressione, il primo emendamento protegge anche l’accesso all’informazione. Durante i dibattimenti a marzo scorso, i giudici della Corte Suprema si sono trovati d’accordo sul fatto che l’accesso ai media sociali merita una protezione costituzionale. “Tutto il mondo e’ su Twitter -dichiara la giudice Elena Sagan, citando come esempio l’account del presidente americano-. Questi fanno ormai parte della nostra cultura come mezzi di comunicazione e di esercizio dei nostri diritti costituzionali”. Per il procuratore aggiunto della Carolina del Nord, e’ per proteggere i bambini dai predatori che il suo Stato ha fatto questa legge. Argomentando, statistiche alla mano, che le reti sociali sono utilizzate nell’82% dei crimini sessuali online contro bambini, cercando di ottenere informazioni sui loro gusti e le loro abitudini. Ma per i giudici, una logica del genere potrebbe essere applicata a qualunque ambito criminale: “Un ladro di banche puo’ anche utilizzare Internet per localizzare un istituto, o fare ricerche sul personale. Se un crimine e’ commesso con l’aiuto di Internet, la legge non dovrebbe applicarsi a tutti questi criminali nello stesso modo e non solo ai delinquenti sessuali?”.
Lunedi’, la Corte supreme ha quindi stabilito che gli Stati non possono legalmente limitare l’accesso alle reti sociali, essendo ormai il cyberspazio “un maggiore spazio per scambiare opinioni”.
Questa questione, una delle prime a dover definire il legame tra Costituzione e il moderno Internet, potrebbe avere ripercussioni in futuro. La Carolina del Nord ha condannato diverse centinaia di delinquenti sessuali basandosi su questo divieto di accesso a tutte le piattaforme sociali. Se la Louisiana e’ il solo Stato a disporre di una legge simile alla Carolina del Nord, numerosi Stati americani pretendono che i delinquenti sessuali forniscano alle autorita’ informazioni sul loro uso di Internet o includono quest’ultima come condizione per la liberta’ condizionale. Tredici Stati hanno portato il loro supporto alla Carolina del Nord durante il processo, affermando che era necessario impedire che i “predatori sessuali” raccolgano dati sulle loro eventuali vittime.

(articolo di Laura Michelotti, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 21/06/2017)

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