Pechino, il ruolo della Cooperazione Italiana (1)

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In anni recenti, il governo cinese ha pienamente riconosciuto le difficoltà incontrate dal paese nel lungo cammino di emancipazione dalla povertà e dall’arretratezza iniziato alla fine degli anni ’70.

L’azione delle autorità, concentrata in passato sulla mera crescita economica, si va sempre più focalizzando sulla necessità di costruire una società più equilibrata, adottando un modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale e, nei limiti del possibile, ambientale.

Molti osservatori sostengono che tali scelte sono influenzate dalla preoccupazione causata al governo dai crescenti segni di instabilità sociale. E’ evidente peraltro che il dibattito sulla natura dello sviluppo è divenuto più aperto, ampio e articolato. E’ possibile affermare che in termini di policy il modello europeo, caratterizzato da forte ruolo regolatore dello stato, garanzie sociali e attenzione all’ambiente è divenuto “concorrenziale” con quello di matrice statunitense degli anni ’80 e ’90.

In tale contesto, il ruolo della Cooperazione italiana non può che essere caratterizzato dalla volontà di assecondare il processo di riforma, apportando il proprio contributo nei settori dove le nostre esperienza e capacità presentano un maggiore vantaggio comparato. In tal senso, è evidente il deciso cambio di rotta impresso alle politiche di cooperazione nell’ultimo decennio: se negli anni ’80 e buona parte dei ’90 l’azione italiana era focalizzata sulla fornitura di attrezzature ed equipaggiamenti, il nuovo millennio si è aperto all’insegna di una maggiore attenzione alle componenti sociali del progresso. Coerentemente con questo approccio, l’attuale azione italiana in Cina si concentra su quattro settori.

Le riforme varate in Cina sul finire degli anni ‘70 hanno dato il via a uno straordinario sviluppo dell’economia, cresciuta nell’ultimo quarto di secolo al ritmo del 9% annuo. Al progresso economico si è accompagnato un consistente miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, in presenza tuttavia di profonde disparità, evidenziate in particolare dallo storico disequilibrio tra città e campagne. Il 99% dei 130 milioni di cinesi che sopravvivono con meno di un dollaro al giorno risiede in campagna e il gap, in termini di reddito, fra popolazioni urbane e rurali è cresciuto sensibilmente dalla metà degli anni ‘80, attestandosi sul rapporto di 3.2:1. La scolarizzazione in campagna è in media di tre anni più breve che in città, mentre l’analfabetismo, contenuto sotto il 10% nelle province costiere, supera in alcune regioni dell’entroterra anche il 20%.

Lo squilibrio interessa anche il settore sanitario. Un settore che ha visto – a causa delle riforme degli anni ‘80 – una riduzione consistente della copertura assicurativa e, contemporaneamente, un deciso aumento dei prezzi delle prestazioni sanitarie erogate dai provider sia pubblici sia privati. La conseguenza è che buona parte delle famiglie cinesi si trova nelle condizioni o di non potersi curare (per le barriere economiche nell’accesso alle cure) o di andare comunque incontro a impoverimento (a causa degli alti costi dell’assistenza sanitaria).

Il processo di sviluppo ha avuto pesanti costi anche a livello ambientale. Lo sfruttamento intensivo dei terreni sia a coltura sia a pascolo, nonché il crescente fabbisogno di acqua per usi irriguo e industriale hanno favorito la rapida desertificazione dell’entroterra centro-occidentale e settentrionale. A causa del largo utilizzo di combustibili fossili per il riscaldamento domestico e la produzione di energia, inquinamento atmosferico ed emissioni di anidride carbonica sono cresciuti enormemente, con conseguenze deleterie sulla salute della popolazione cinese e un impatto non trascurabile sulla quantità di gas serra presenti nell’atmosfera.

Fonte: Cooperazione Italiana

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