Obsolescenza programmata (parte terza)

Il dibattito e’ aperto. E include coloro che sostengono che questa dell’obsolescenza programmata e’ una teoria complottistica. Un giretto su Twitter permette di valutare diversi argomenti: il vero problema non sono le azienda, ma i consumatori: chiediamo prodotti economici da usare e buttare e non siamo disposti a pagarli cio’ che costano se sono realmente di qualita’.

Con questa stessa linea si muove il direttore generale dell’Asociación Nacional de Fabricantes de Electrodomésticos (Anfel – Spagna), raggruppamento che riunisce le ditte del bianco (frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, etc). Questo giornale ha cercato di fare una qualche intervista con un qualunque responsabile della Anfel, che invece ha solo accettato di rispondere a delle domande per posta elettronica. Per assicurarci che hanno dati che respingono l’idea che gli elettrodomestici durano in media meno di quelli del secolo scorso, e che qualificano la pratica di obsolescenza programmata come “deplorabile”.

Alberto Zapatero, direttore generale della Anfel, scrive: “C’e’ da considerare che i consumatori non solo buttano via prodotti che hanno smesso di funzionare, ma che lo fanno anche per altri motivi, come quelli di far fronte a motivi tecnici, normativi o economici (per esempio, un televisore senza digitale terrestre), per il desiderio di acquisire un nuovo modello per questioni di cambio di funzionalita’, designer o prestazioni”.
Al di la’ del potenziale consumismo dei cittadini occidentali, c’e’ di fatto l’impossibilita’ di riparazione. I dati indicano che i consumatori sarebbero disposti a farlo se potessero: il 77% degli europei preferirebbero ripararne uno che comprarne uno nuovo, secondo Eurobarometro del 2014. “La societa’ degli sprechi non puo’ continuare cosi’, siamo di fronte ad un modello economico superato”, dice in una conversazione telefonica da Bruxelles, Pascal Durand, deputato verde europeo, primo firmatario dell’iniziativa presentata in Parlamento alla fine di luglio.

Il numero di consumatori di prodotti tecnologici cresce di anno in anno. Nuove classi medie di Paesi come Cina o India si stanno avvicinando ai livelli dei consumi dei Paesi piu’ sviluppati. Piu’ telefonini, piu’ computer, piu’ elettrodomestici. Nel carrello e nella spazzatura. E piu’ estrazioni di metalli per la produzione. Materie prime che non sono illimitate.

Nello stesso tempo, quanto piu’ e’ corta la vita dei dispositivi che compriamo (per esempio i telefonini, la cui aspettativa di vita oscilla tra uno e due anni secondo gli studi europei), maggiore e’ il numero di rifiuti che viene generato.

Prendere apparati nuovi che potrebbero essere riparati in Europa, inviandoli in discariche con delle navi, inquina le acque. Nello stesso tempo, comprare apparati nuovi che si fabbricano lontani e giungono in nave, inquinano lo stesso. “Prima o poi, tutto questo finira’”, dice Durand. Questa e’ una delle riflessioni che fa parte di una proposta che e’ stata chiamata “economia circolare”, e che sta trovando spazi nei dibattiti europei e in tutto il resto del mondo. Si intende qualcosa di molto semplice: che nel fabbricare un bene si tenga in considerazione il rifiuto che sara’ generato, perche’ questo sia riutilizzabile, se possibile, al 100%. In questo modo, invece di seguire il paradigma dell’economia lineare (produco, uso, butto), si passerebbe a produco, uso, riutilizzo, E, se posso, riparo.
Fare leggi in questo senso, implicherebbe che le ditte aumentino i periodi di garanzia: incentivare i prodotti che si possano riparare in qualunque luogo e non solo presso le officine autorizzate: che le aziende producano oggetti che permettano l’estrazione di pezzi, componenti, batterie; abbassare le tasse alle aziende che lo fanno e agli artigiani che si rendono disponibili per le riparazioni; perseguire e multare l’obsolescenza programmata fatta con intenzione; scoprire la OP informatica. L’iniziativa presentata al Parlamento Europeo va in questa direzione. La Commissione dova’ dare una risposta legislativa prima di luglio del 2018.

Nel frattempo, Paesi come la Finlandia si sono messi all’opera. Il Paese scandinavo si e’ impegnato in una svolta verso l’economia circolare. Fioriscono le start-up che cercano soluzioni per i rifiuti che produciamo, mentre vengono stanziati fondi per la ricerca.
La Universita’ di Aalto e’ parte di un progetto di collaborazione trasversale che ha ricevuto cinque milioni di euro per cominciare il percorso. Mari Lundström, professoressa di idrometallurgia e corrosione, e’ impegnata su un programma che cerca soluzioni per il riciclaggio di metalli. Nel corso di una conversazione telefonica da Stoccolma, spiega che i telefonini, i cavi elettrici e i computer che buttiamo nella spazzatura sono pezzi di metallo utili e validi. Alcuni di questi e’ molto difficile trovarli nel sottosuolo europeo; e invece li buttiamo nella spazzatura, li sottovalutiamo: litio, cobalto, nichel… Molti di essi sono facilmente recuperabili grazie a trattamenti chimici, per esempio. Un telefono, senza andarre molto lontani, contiene circa 40 elementi riciclabili, dei quali ne riutilizziamo solo 10, spiega Lundström. Dodici imprese finlandesi che utilizzano metalli stanno già lavorando con il frutto della ricerca scientifica.

Si puo’ riciclare il metallo del contenitore di una bibita. Ma c’e’ bisogni di 20 volte energia in piu’ per recuperarlo se questa lattina e’ finita in un contenitore di spazzatura organica, dice la scienziata finlandese. Questo e’ uno dei risultati delle ricerche del programma. Da cui si deduce che l’economia circolare deve essere stimolata dai governi; con indagini da parte dei ricercatori; fatta propria dalle imprese, certamente: ma ha bisogno dei cittadini.

“La chiave dell’economia circolare e’ che la faccia ogni persona”. “Noi possiamo continuare a vivere come lo abbiamo fatto fino ad oggi. Abbiamo bisogno di una risposta dalla societa’: siamo responsabili del nostro modo di consumare”.

Nonostante tutto, l’economia circolare ha i suoi detrattori. Alcuni considerano che si tratti di un mero prolungamento dell’idea dello sviluppo sostenibile e, al di la’ delle buone intenzioni, non ha portato a grandi risultati; il problema, dicono, e’ la crescita, la logica che ci vede impegnati a continuare a spremere un pianeta le cui fonti sono esaurite.
La soluzione non e’ facile, e rompere con decine d’anni di inerzia ha bisogno di tempo. Varie domande rimangono da fare. In un contesto di continua crescita tecnologica; e’ cosi’ difficile migliorare la durata dei prodotti? Ha senso che continuiamo a vivere nello stesso modo conoscendo la tossicita’ dei rifiuti generati dalla nostra modalita’ di consumo? E i governi non hanno pensato di far nulla in questo contesto?

(articolo di Joseba Elola, pubblicato sul quotidiano El Pais del 15/10/2017)

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Posted by on 23/11/2017. Filed under ARCHIVIO, SOCIETA'. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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