Messico, il mestiere del giornalista nei doveri della cronaca

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Il Messico detiene, ad oggi, 50 morti fra i giornalisti. La maggior parte di questi si sono occupati di inchieste sul narcotraffico. Una collega del luogo racconta la sua storia di giornalismo quotidiano, fatta di passione, ma anche di paura. Lavorare quotidianamente in Messico come giornalista non è semplice, men che meno occuparsi di fatti molto particolari della cronaca nera, giudiziaria, svolgendo inchieste. Non poco tempo fa, lunghe ore di terrore nella localita’ di Guadalupe y Calvo, nello stato messicano di Chihuahua, alla frontiera con gli Usa. Uomini incappucciati e armati di Kalashnikov, hanno di fatto ‘occupato’ la cittadina per diverse ore, e, dopo essere penetrati in due case uccidendo due persone, hanno incendiato le due case vicine, per quindi avviare una serie di scontri a fuoco con rivali, presumibilmente narcos, per tutta la notte, con un bilancio di almeno 11 morti ed un numero indeterminato di feriti. A queste situazioni i giornalisti del luogo sono abituati, ma non è l’abitudine che uccide. Sono le pallottole contro la verità. I cartelli della droga in Messico hanno imposto “il silenzio o la morte” ai giornalisti che si occupano della copertura di notizie legate al narcotraffico nel paese: è quanto emerge da una relazione del Comitato per la protezione dei giornalisti, pubblicata nel settembre del 2010, secondo la quale sempre piú spesso i reporter messicani sono uccisi, rapiti, minacciati o corrotti, oppure si auto-censurano per tutelare la propria vita e quella dei loro familiari.

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