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[Inchiesta] Firenze, il caso dell“L’uomo comune” di Clet

Quando l’arte si scontra con la burocrazia: il caso dell“L’uomo comune” di Clet a Firenze.

Firenze, la città che più di ogni altra trabocca d’arte in ogni sua forma, nei musei così come nelle piazze, è ultimamente al centro di numerose polemiche per un caso davvero singolare che vede scontrarsi l’arte contemporanea con questioni burocratiche. La situazione riguarda nello specifico l’artista francese Clet Abraham, figlio dello scrittore Jean Pierre Abraham, e in particolare la sua scultura in vetro resina dal titolo “L’uomo comune”installata dal gennaio 2011, sottoposta da allora ad una lunga serie di vicessitudini.Nel darvene sintesi nelle due pagine successive offriamo a tutte le persone comuni, l’opportunità di firmare una petizione
a favore dell’installazione definitiva e permanente dell’Uomo Comune di Clet. Che il Comune di Firenze accetti l’opera in dono.
Che chi di dovere richieda le autorizzazioni necessarie per regolarizzarne, una volta per tutte, la sua collocazione sullo sperone del Ponte alle Grazie. Un’opera in sicurezza, removibile al bisogno, leggera e resistente, cosi come studiata e realizzata da Clet.

Il sogno di un passo libero (dell’uomo comune).

Breve storia dell’installazione dell’Uomo Comune di Clet Abraham
Era il 19-20 gennaio 2011. Mentre a Palazzo Vecchio nello studiolo di Francesco I era esposto da settimane, con grandi misure di sicurezza, il teschio di diamanti di Damien Hirst, Clet installava su uno sperone del Ponte alle Grazie il suo “uomo comune”:
Una scultura asessuata in vetroresina, di colore nero satinato, con un piede ancorato al ponte e l’altro lanciato nel vuoto, rivolto verso Ponte Vecchio. Un’opera simbolica, rivolta alle persone comuni, opera popolare e non istituzionale, alternativa economica, su strada, al cranio della pop star del brit-arte del valore di 100 milioni di euro. Una opera dedicata agli “uomini e alle donne comuni” del quartiere e di tutta Firenze. Questa prima installazione durò appena una settimana, fu ordinata subito la rimozione.

A distanza di due anni, Clet ricevette una multa da pagare per aver “ostacolato la fruibilità del ponte”. Come reazione, l’artista il 18 giugno 2013 al grido “CHI VUOL ESSER LIETO SIA” installò nuovamente il suo prototipo (la copia sequestrata fu acquistata e collocata ai Renai) e l’uomo comune tornò a spiccare il suo passo senza la paura del vuoto dalla balaustra di ponte alle Grazie. In questa occasione Clet si dichiarò disponibile a realizzare una copia in bronzo dell’opera e donarla al Comune di Firenze, a patto che restasse invariata l’originaria collocazione.

In questa seconda occasione non ci fu nessuna rimozione e da allora, cittadini e turisti hanno potuto apprezzare l’opera di Clet, fotografarla, soprattutto al tramonto per oltre un anno.
Nel luglio del 2014, ignoti (ma le telecamere?) hanno danneggiato la scultura “dell’uomo comune”. L’opera è stata trovata piegata in avanti e con un braccio rotto, e dopo essere stata considerata pericolosa, allo scopo di salvaguardare l’incolumità dei passanti i vigili del fuoco decisero di rimuoverla, per essere deposta in un magazzino della polizia municipale. Ed è a causa del danneggiamento dell’uomo comune ad opera di ignoti vandali, che dopo qualche mese è partita una denuncia a carico dell’artista.

La procura si è chiesta se quell’opera, apprezzabile o meno sul piano artistico, fosse stata autorizzata. Tutti i lungarni sono sottoposti a vincolo paesaggistico e il Codice dei beni culturali vieta le opere eseguite senza autorizzazione. A seguito di questa denuncia Clet sarà processato il 4 ottobre in tribunale a causa della mancanza di permessi dalla soprintendenza. Il ponte è soggetto a vincolo paesaggistico. Sarà difeso dagli avvocati Dimitri Caciolli e Laura Azzia.

Nel frattempo, tornato di recente in possesso dell’opera, Clet Abraham ha deciso di installarla nuovamente sul ponte ed il 27 aprile 2016 l’opera è tornata fruibile ma solo per poche settimane, difatti ha subìto una nuova rimozione il 23 giugno 2016.

Ma è possibile che non esista una soluzione meno penalizzante per chi ha voluto omaggiare il suo quartiere e la sua città di adozione artistica ed abitativa, con un’opera di buon gusto, gratuitamente?
L’Uomo comune non ha deturpato affatto il paesaggio; anzi, ormai si è ben integrato con il paesaggio ed è talmente impresso nella mente dei fiorentini che, passando in questi giorni sul Ponte alle Grazie, se ne sente quasi la mancanza. Che dire poi dei turisti, e delle centinaia di migliaia di foto scattate anche senza conoscere il nome dell’opera e l’autore? Solo su Instagram ci sono centinaia di foto taggate #UomoComune #Luomocomune

Ed allora ecco questa raccolta di firme e la nostra richiesta di affrontare ragionevolmente questa adozione dell’Uomo Comune da parte del Comune di Firenze, visto che i cittadini l’hanno già fatto sin da subito.

Ma il buon senso come si concilia con le regole imperative degli ordinamenti? Nelle codificazioni democratiche il buon senso é una regola assorbita da diverse norme. Nel nostro codice civile si pensi al principio di buona fede, al criterio di ragionevolezza, alla diligenza del buon padre di famiglia, al dovere di correttezza, etc.”. In alcuni casi l’applicazione in senso stretto della legge può portare ugualmente a risultati percepiti come “ingiusti“. E in questi casi che, probabilmente, viene a mancare l’uso del buon senso come regola primaria al di sopra del diritto e come criterio di analisi preventiva sugli effetti dell’agire e dell’applicare rigidamente una norma.

Sempre in virtù di quella ragionevolezza più volte auspicata e di quel senso del “giusto” e del “positivo”, anche la legittima applicazione di una norma imperativa deve preliminarmente essere sottoposta all’analisi del buon senso. Nell’enciclopedia Wikipedia, alla definizione di buon senso, si trova: “Un approccio di buon senso permette, in determinate situazioni, di discostarsi dalla lettera delle linee guida”. Ciò significa che l’applicazione del buon senso può differire dalla previsione normativa arrivando talvolta a derogare le stesse norme in virtù di una percezione oggettivamente giusta e di un risultato evidentemente più giusto e soddisfacente per le parti e per la collettività. Ecco che il buon senso consente anche la possibilità di mediazione capace di ottenere il massimo risultato nelle relazioni di tutti i giorni, nel lavoro, nell’esercizio della giustizia, nella politica, etc. Quella giustizia veramente giusta in cui si ravvisa solo l’autentica soddisfazione delle parti, nel pieno rispetto della loro dignità e della collettività, senza alcun effetto negativo sugli altri.

Autore del testo Riccardo Sarti

Foto di Fulvio Bogani

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