Giornalismo di guerra

Fin dai primi periodici di informazione, nel Cinquecento, i resoconti di eventi bellici e battaglie erano avidamente richiesti dai lettori. Le gazzette riportavano regolarmente notizie di movimenti di eserciti, assedi e scontri armati.
Il primo corrispondente di guerra è stato un pittore olandese di nome Willem Van der Velde nel 1563, che a bordo di una barca assistette a una battaglia navale tra olandesi e inglesi eseguendo numerosi schizzi, che poi consegnò al suo governo con varie illustrazioni.
Un altro dei primi corrispondenti di guerra è stato Napoleone Bonaparte. La Rivoluzione Francese fece aumentare in tutta Europa il numero di giornali e riviste insieme all’interesse popolare per le notizie. Napoleone capì subito l’immenso potenziale della comunicazione giornalistica. Quindi, soprattutto negli anni della sua ascesa al potere si dedicò sistematicamente a promuovere la sua fama attraverso i giornali[1]. Napoleone scriveva i resoconti delle battaglie sul “Le Moniteur Universel”, in cui sottolineava ed esaltava le vittorie, mentre minimizzava le sconfitte definendole semplicemente “battute d’arresto” o “preparazione al contrattacco”. L’eco dei successi di Napoleone, soprattutto grazie a questa prima forma di giornalismo, fu rilevante nella sua ascesa politica.
Esempi simili rappresentano una forma embrionale di giornalismo di guerra. Infatti, giornalismo nel senso moderno del termine significa raccolta e diffusione di notizie effettuata in modo obiettivo e imparziale da parte di professionisti che si collocano in posizione “terza” rispetto alle parti in causa. I limiti di questa prima forma di giornalismo sono evidenti: i resoconti napoleonici, ad esempio, mancano di imparzialità, distacco critico e “terzietà” dell’autore.
(fonte: Wikipedia)

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