AMBIENTE ARCHIVIO 

Clima. Aumentano i conflitti tra paesi pescatori

Le migrazioni delle specie che vengono annunciate, rischiano di complicare ulteriormente le relazioni tra Paesi di pescatori e di far scoppiare dei seri conflitti. In Unione Europea, per esempio, la ripartizione delle quote di pesca per ogni Stato, è calcolata in funzione dei diritti storici, in base alle tonnellate dei periodi precedenti.Da qui alla fine del secolo, un gran numero di pesci lascerà le acque territoriali dove ora vivono o depongono le uova, verso altri orizzonti divenuti per loro più accoglienti. Si osservano già, mediamente ogni decennio, degli spostamenti di popolazioni di 70 chilometri, e queste migrazioni si starebbero velocizzando.

L’oceano resta un fonte di approvvigionamento di proteine essenziale per milioni di persone nel mondo,per cui è urgente impegnarsi e mettere in pratica una governance di questo gigantesco ecosistema, sì da prendere in considerazione i futuri cambiamenti. Questa è l’analisi redatta da una équipe internazionale di oceanografi e di ecologi delle Università Rutgers (Usa), Vancouver (Canada), Utrecht (Paesi Bassi), Cardiff (Regno Unito), Stoccolma (Svezia), James-Cook (Australia), pubblicata lo scorso 14 giugno nella rivista Science.

I tropici perdenti
Questi hanno lavorato su 892 specie importanti di pesci e di invertebrati commercialmente sfruttati, ed hanno incrociato i loro risultati coi dati di 261 zone economiche esclusive (ZEE). Prendendo come riferimento il periodo 1950-2014, hanno notato che, nel mondo, dal 23 al 35% di queste ZEE sono diventate fattibili per ricevere da una a cinque volte in più delle nuove popolazioni di pesci, crostacei o conchiglie che attraverserebbero le loro frontiere a causa del cambiamento climatico da oggi al 2090-2100. i ricercatori stimano che, secondo gli scenari di emissioni di gas ad effetto serra stabiliti dal gruppo di esperti intergovernativi sul clima (GIEC), tra 46 e 60 ZEE dovrebbero offrire dimora a dei nuovi “stock transfrontalieri” entro il 2060; tra 57 e 85 entro il 2080.

La maggior parte dei Paesi dovrebbero anche realizzare tra l’1 e il 30% del loro pescato in questa nuova fauna entro il 2100. Ma questa futura ripartizione sarà fatalmente ineguale. Nell’emisfero Nord, intorno al mar Baltico, e di più intorno al mare di Bering, fino a dodici specie potrebbero fare la loro comparsa. Le più favorite dovrebbero essere le zone di pesca condivise dell’Antartico. I Tropici, al contrario, dovrebbero vedere dei pesci che lasciano le loro calde acque, senza accoglierne dei nuovi.

Gli autori dicono che si tratta di tendenze, non di proiezioni precise, ma il loro lavoro illustra l’ampiezza delle future sfide a fronte delle rivalità che si manifesteranno tra pescatori. Essi ricordano -sibillini- che “in passato, si sono verificati gravi conflitti anche per una singola specie con catture basse”.

Guerre commerciali
E ricordano alcuni episodi di guerra commerciale clamorosa, come quella degli stock di aringhe che si dividevano l’Ue e la Norvegia fino a quando questi pesci pelagici si fermarono in massa nelle acquese delle isole Faroe negli anni 2000. La vicenda suscitò un braccio di ferro che durò sette anni. Altro esempio, quello dei salmoni del Pacifico, che erano migrati dal Canada verso gli Stati Uniti, scatenando sei anni di tensioni. La Cina, ricorda lo studio, ha di recente rifiutato di partecipare ad un arbitrato sulle risorse ittiche del mare della Cina meridionale ed ha dei rapporti tesi in merito coi suoi vicini.

Quando uno stock si trova a cavallo tra due zone ZEE, esiste un importante rischio che sia doppiamente sovra-sfruttato. In principio, la convenzione ONU sul diritto del mare del 1982 dispone che nulla deve poter esaurire gli stock di pesci, ma era ben lungi dal prevedere i cambiamenti in corso. Tutto, o quasi, resta da fare.

(articolo di Martine Valo, pubblicato sul quotidiano le Monde del 17/06/2018)

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